metti un pesce con delle idee bislacche…

ecco, sei nella rete con lui

Archive for the ‘politica’ Category

Elezioni amministrative 12 giugno 2022.

Posted by pedjolo su 11 giugno 2022

Mi chiamo Francois Pesce, ho 37 anni e sono nato a Pistoia.

Ecco, quando ho iniziato la mia biografia per i “santini” elettorali, dopo questo incipit non riuscivo a proseguire. Cosa scrivere, come riassumere ciò che ho fatto o che mi ha spinto a candidarmi?

Cinque anni fa, sembrava più semplice, forse perché la situazione e le prospettive erano diverse.

Allora, anziché snocciolare una serie di dati e (poche) qualifiche a mo’ di curriculum, ho deciso di partire da un episodio per spiegare chi sono e perché sono qui.

Un giorno di marzo del 2004, verso l’ora di pranzo, andò in onda un servizio televisivo dove si spiattellavano strategie e numeri provenienti dall’Iraq in guerra. Figuriamoci. Stiamo parlando di quasi venti anni fa: c’erano girotondi, manifestazioni partecipate in strada (anche a Pistoia), università in fermento, bandiere arcobaleno. Era come soffiare su un fuoco già bello vivo.

Allora, ero a tavola e quel fuoco divampò; cominciò a salirmi un senso di indignazione misto a necessità di fare qualcosa. Quel giorno, in quel momento, capii che il mio percorso alla facoltà di Scienze biologiche dell’ateneo fiorentino era concluso. Io, la mia persona, con le mie mani e le mie forze, dovevo fare qualcosa.

La casualità, o come la si voglia chiamare, in quelle settimane mi fece incontrare i volontari pistoiesi di Emergency: era il 17 aprile 2004 e, passando per il mercato pistoiese, vidi un gran movimento di fronte al palazzo comunale. Teresa Sarti e Vauro Senesi erano lì. E lì, cominciò un’altra storia.

Una storia proseguita anche grazie ai colleghi e ai docenti del corso di laurea in Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti.

Una storia fatta dell’impagabile privilegio di poter andare nelle scuole a parlare con alunne e alunni, a raccontare perché la guerra è “odore di sangue, merda e di bruciato”, a mostrare il vero significato della parola “terrorismo”, passando per i racconti e gli sguardi di un’umanità fatta a pezzettini.

Una storia che mette a nudo il vero aspetto del pacifismo armato iracheno, afgano, ucraino e degli altri 25/30 conflitti sparsi per il mondo di cui, però, poco ci interessa.

Una storia che dimostra che si può fare qualcosa, per la pace e il benessere di una comunità, per curare le ferite visibili e invisibili di tanti. Se posso farlo io che non sono un medico o un oratore, significa che il momento di alzarsi in piedi e rimboccarsi le proverbiali maniche c’è e va colto. Senza pigrizie o altre scuse.

Una storia, la mia storia, ma anche quella di tante persone che ho incrociato e che mi hanno arricchito e da cui ho imparato ogni giorno. Alcune di queste, sono i miei attuali compagni e compagne di viaggio: un viaggio che si chiama “prendersi cura è fare politica” e che è perfettamente incarnato da Francesco Branchetti, dalla sua professione, dalle sue scelte, dalla sua natura.

Lo scrivo non perché sono di parte, essendo il mio candidato sindaco: è il mio candidato sindaco perché io sto dalla sua parte, perché ho avuto il privilegio di conoscerlo, di vederne la naturale predisposizione e genuina voglia di dare una mano, si tratti di un reparto ospedaliero o dell’acquaio di un circolo.

Sto dalla parte di Francesco Branchetti perché la sua candidatura dà respiro al senso del pubblico, in contrapposizione agli interessi privatistici fatti di dividendi, profitti e logiche aziendali, che nulla hanno a che vedere – ad esempio – con la sanità e il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione italiana. Sanità e azienda sono due parole in antitesi tra loro, il loro significato è opposto. La salute non si mercifica, non si vende, non si sceglie: la salute deve essere garantita, a tutti, non agli italiani rispetto ad altri, non ai ricchi rispetto agli indigenti, non a chi può aspettare mesi prima di un appuntamento rispetto a chi ha urgenza e deve ricorrere a cliniche private.

Sto con Francesco Branchetti perché, intorno a lui, a Pistoia c’è un soggetto politico che può parlare di beni comuni, dei risultati (disattesi) del referendum del 2011, della qualità dell’aria che respiriamo, dell’ascolto delle fragilità in una società multiculturale, della scuola non come competizione ma come strumento di conoscenza.

A chi vogliamo affidare la cura di questi aspetti? Chi vogliamo che delinei la linea politica per la loro corretta tutela e gestione? Aziende, lobby e cartelli, mi pare evidente che non siano i soggetti più adatti a svolgere questo servizio nell’interesse della collettività.

Io sto con Francesco Branchetti e il 12 giugno non è una meta, ma l’inizio di un nuovo paradigma del fare politica. Ognuno di noi può fare la sua parte.

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e-Lezioni

Posted by pedjolo su 30 Maggio 2022

Ho accettato con un po’ di scetticismo la proposta di candidatura come consigliere comunale, in vista delle elezioni amministrative del prossimo 12 giugno. Per una serie di motivi e pensieri.

Adesso (e ogni giorno di più) la convinzione intorno a questa scelta si è fatta più forte. E ne sono contento; mi spendo – a volte con fatica – ma ricevo, in cambio, molta soddisfazione. Sia per aver incontrato strepitosi compagni e compagne di viaggio, sia per le nuove informazioni e, spero, capacità, di cui far tesoro.

Sentire e leggere parole di sostegno da parte di tanti, poi, è la proverbiale ciliegina posta in cima alla torta. Anche se, lo ammetto, mi resta indigesto il “fare politica da tastiera”, con slogan, condivisioni e reazioni. Facile e accattivante, quanto distante ed escludente (perché non tutti hanno profili online, applicazioni o pc). Lo strumento – tale deve rimanere – della comunicazione via web, non può divenire il fine o la meta dell’opera di informazione e coinvolgimento.

Parlare alle persone mettendoci la faccia, percorrere a piedi il centro cittadino in pieno fermento elettorale (a volte eccessivo), aprire la sede e sistemarla per la giornata che verrà, sono rituali apparentemente di scarso rilievo. Ma questa, per quanto mi riguarda, è la dimensione reale su cui lavorare per riportare i temi ed i programmi ad un livello di interesse pubblico dignitoso, per una comunità che si possa ritrovare in termini di partecipazione e impegno.

Ritengo che tutte e tutti, candidate e candidati, volontarie e volontari, donne e uomini desiderosi di ricevere indicazioni, dovrebbero passare dalla sede del comitato elettorale che più li rappresenta, a cui si sentono più vicini. Da una lista di nomi o da una semplice domanda, possono innescarsi una conversazione ed un confronto molto costruttivi, utili a tutti gli interlocutori.

Molto meglio di un pollice in sù!

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Ballottaggio 2017

Posted by pedjolo su 21 giugno 2017

Vorrei ringraziare quanti, nelle scorse settimane, hanno deciso di sostenermi, con o senza voto, come candidato di Sinistra per Pistoia, in questa personale “prima volta” : la mia campagna elettorale è partita con qualche scetticismo, legato anche alla ristrettezza dei tempi in cui era richiesto e necessario muoversi. E infatti, ho cercato di privilegiare i piccoli momenti di dialogo e dibattito, mirando a parlare piuttosto che urlare.
Ma, nonostante abbia apprezzato la fiducia di chi mi ha votato, il risultato personale sta a margine; c’è qualcosa di differente e più grande, stavolta, in ballo. Io sono convinto che le diffidenze, i dissensi, le proteste del primo turno siano stati tutti legittimi. Ne sono davvero convinto.
Non trovo tollerabile, al fine di giustificare un mancato successo elettorale, accusare un candidato o una lista concorrente di aver intercettato voti utili a qualcun altro: questa non è una battaglia, è la democrazia. L’ho sempre pensato da spettatore e continuo a pensarlo anche oggi, da partecipante. Le liste e i loro candidati sono espressione di una volontà popolare e rappresentano una fetta di elettorato che, per svariate ragioni, ha deciso di dar loro il proprio consenso.
Quindi, ora poche storie se, ad esempio, i numeri ci raccontano che, nel 2017, a Pistoia 500 persone votano per una lista di estrema destra. Non serve barricarsi, meravigliarsi o indignarsi adesso: partendo dal presupposto che c’è un voto legittimato dalla legge vigente, risulta più sensato rendersi conto che si tratta di un fenomeno sociologico su cui interrogarsi. È necessario, casomai, chiedersi come mai una parte del tessuto sociale senta il bisogno di costituire un senso di appartenenza attorno ai principi espressi da questo movimento, o quello che è; come mai giovani e giovanissimi, spesso con il diploma di scuola superiore non ancora in mano, si identifichino in anacronistici inni a quello che fu un buio ventennio datato ormai cento anni fa.
Ma, come ho scritto, questa è una riflessione che necessita di svilupparsi ben prima di una tornata elettorale. Anzi, no, non è una riflessione: è un ascolto! Un ascolto dei malumori e delle frustrazioni che accompagnano chi vive la città e le sue periferie, finalizzato ad intercettare nuovi bisogni, per trasformare le proteste in proposte. In questo, io cittadino e volontario, prima ancora che come candidato, sono mancato, perché non ho fatto abbastanza per accogliere e raccogliere queste sensazioni. E ritengo di avere la licenza per poter invitare all’autocritica anche altri che, come me, possono migliorarsi, puntando a privilegiare il dialogo e il confronto.
Sento quindi il bisogno personale di cominciare a farlo in maniera più convinta, ripartendo non soltanto dalla neonata lista, ma anche dalle opportunità che l’esperienza con Emergency mi offre quotidianamente, potendo osservare da vicino la società attuale, attraverso gli eventi pubblici, e quella del domani, tramite gli incontri nelle scuole.
Ogni momento e, soprattutto, ogni storia ed ogni persona meritano il medesimo ascolto perché hanno la stessa dignità: questa è una ferma convinzione che affonda le sue radici non soltanto in discorsi ed aforismi di leader carismatici o lungimiranti personaggi storici, ma proviene anche dalle storie che molti mi hanno raccontato, onorandomi di questa loro condivisione.
Quelli che si beccano l’epiteto di negri, finocchi, immigrati, barboni, puttane, zingari; gli “ultimi”, i diversi, i non allineati, gli avversari. Persone, fatte di sangue e sogni, come me.
Intanto, anche in nome di queste persone, mi prendo la seconda ed ultima licenza, al fine di spronare ogni lettore che abbia condiviso queste mie parole, ad andare a votare domenica 25 giugno. Partecipare ed esprimere la propria posizione, anche in dissenso con tutte le forze politiche presenti, è un diritto frutto di conquiste che rischiano troppo spesso di essere svuotate del loro reale valore. Se al primo turno 30 mila persone non hanno partecipato, al secondo turno è necessaria una inversione, perché ci sono in gioco due visioni opposte, agli antipodi, su come amministrare una città.
Come ho scritto sopra, pur consapevole del fatto che ci sarà da lavorare, da ricucire rapporti di fiducia logori, da correggere errori e rivedere linee politiche, io continuo a sostenere, per quelli che sono i miei valori, la candidatura a sindaco di Samuele Bertinelli, in opposizione a quella di una coalizione e di un candidato sindaco che, seppur legittimi, la mia visione delle cose mi porta a definire fuori dal tempo e pericolosamente classisti e razzisti, incapaci di fornirmi certezze sull’immediato futuro della mia famiglia.
E, soprattutto, di mio figlio che non voglio inizi la scuola in una città xenofoba, guidata da sedicenti secessionisti che sputano sulla Costituzione, salvo poi utilizzarla per i giuramenti di rito, fascisti del terzo millennio che sventolano croci celtiche e ammazzano senegalesi ai mercati fiorentini, omofobi che sostengono i valori della famiglia ma solo quella che piace loro. Questo non è accettabile.
Per evitarlo, ciò che è stato realizzato dall’amministrazione uscente e, impegniamoci per questo, di nuovo entrante, ciò che è stato sbagliato e ciò che necessita ancora di essere fatto, dovrà essere il punto da cui far ripartire il nastro, con umiltà, riconoscenza e presenza sui territori.

 

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Articolo un(ic)o.

Posted by pedjolo su 17 ottobre 2013

(pubblicato su www.losnodo.net)

“Mi rifiuto di vivere in un paese così. E non me ne vado” (Michael Moore, “Capitalism: a love story”).

L’Italia è una terra democratica fondata sull’uguaglianza che tutela la vita. Le libertà e i diritti umani inalienabili e fondamentali appartengono a tutte le persone che si trovino sul suo territorio, senza eccezione alcuna.
L’Italia, è una e tante, è molte cose insieme. L’Italia sono tante persone. In Italia, la parola “razza” non suscita interesse in nessuno, nemmeno tra i cani.

L’Italia cittadina, non abolirebbe una legge xenofoba e retrograda. L’Italia politica, non abolirebbe una legge xenofoba e retrograda. L’Italia cittadina e l’Italia politica, non farebbero mai entrare in vigore una legge xenofoba e retrograda, mai.

L’Italia difende i negri, i finocchi, i poveracci, i clochard. L’Italia fa di tutto perché nessuno muoia nel suo Mediterraneo; l’Italia sa che non dormirebbe la notte se dei bimbi morissero in quel mare; l’Italia piangerebbe, piangerebbe… e si mette a piangere anche ora, al solo pensiero.

L’Italia è nel Poliambulatorio di Palermo di Emergency. L’Italia è il ricordo della criniera rossa e riccia di Teresa Sarti.

L’Italia abbraccia chi arriva dal mare, non lo prende a calci nel culo; non si domanda da dove vengano quei viaggiatori, ma cerca di leggere cosa abbiano visto tutti quegli occhi. L’Italia se ne infischia delle cittadinanze, l’Italia chiede solo come ti chiami e come stai; l’Italia ritiene la migrazione un arricchimento, non una piaga. L’Italia, vuole che la migrazione non derivi da disperazione, ma da scelte libere.

L’Italia, per un sessantamilionesimo, è Don Luigi Ciotti.

L’Italia s’incazza, dio come s’incazza l’Italia. S’incazza di brutto quando provi ad approfittarti di lei, cioè delle persone che la costituiscono; e quando s’incazza, non imbraccia armi, ma prende in mano un libro di Don Lorenzo Milani, riascolta Pietro Calamandrei e poi guarda le foto dei bombardamenti che la rasero al suolo nel novecento, legge la lista dei morti per mafia, si ricorda il Vajont e L’Aquila. Cazzo come s’incazza l’Italia! E questo le dà forza, la fa sentire come una montagna e, invece di abbatterla, la fa rialzare sempre.

L’Italia ha deciso di difendere anche gli onesti e si batte ogni giorno contro l’assassinio perpetrato da finte istituzioni democratiche. L’Italia non spara a Don Pino Puglisi.

L’Italia difende e rincuora quelli che, se manca qualcosa in cassa a fine giornata, ce lo rimettono loro.

L’Italia ripudia le differenze sociali come strumento di selezione durante i colloqui di lavoro.

L’Italia investe risorse nella ricerca delle idee, degli sviluppi sociali; insegna a se stessa, cioè alle persone che la costituiscono, la natura puramente virtuale del denaro.

L’Italia ritiene un’offesa alla dignità mondiale, la guerra e la discriminazione e le debella con l’istruzione e l’educazione. L’Italia, se sbaglia, impara e migliora, tirando sempre su la testa.

In effetti, all’Italia non serve a nulla la Costituzione, è già costituita bene così.

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La mer(d)

Posted by pedjolo su 9 Maggio 2012

«Perdere è sempre difficile, ma pensare che gli lasciamo (ai socialisti ndr) gestire questo merdaio ha qualcosa di delizioso»: lo ha detto – rigorosamente off the records – il presidente francese uscente, Nicolas Sarkozy, rivolgendosi ai suoi più fedeli collaboratori il giorno della sua sconfitta, domenica scorsa. «La transizione – ha aggiunto Sarkozy – deve svolgersi nel modo più rapido possibile…E poi, viva la vita vera!».

Gaffe off the records di Sarkozy«Lasciamo i socialisti nella mer…» – Mondo – lUnità.

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Sì18DAY

Posted by pedjolo su 30 marzo 2012

Riporto dal blog ambientesulweb.wordpress.com

Sì18DAY.

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Scalfaro: Contro gli equidistanti

Posted by pedjolo su 10 febbraio 2012

In ricordo di Oscar Luigi Scalfaro. Una lunga intervista attraverso la quale ripercorrere la propria passione umana e politica.

Scalfaro: Contro gli equidistanti – micromega-online – micromega.

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Cambiamonti

Posted by pedjolo su 21 novembre 2011

Pubblicato su Lo Snodo (www.losnodo.net) il 18 novembre 2011.

Puntata di giovedì 17 novembre di Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro in onda su svariate emittenti locali italiane. Il tema è l'avvicendamento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, storia recentissima, vede un volto diverso da quello degli ultimi 10 anni (fatta eccezione una minuscola parentesi), quello di Mario Monti, il professor Mario Monti.

Santoro, attraverso i suoi due inviati, misura la febbre della folla che, la sera del 12 novembre scorso, attende, di fronte a tre diverse sedi istituzionali della capitale, l'ex, lo sconfitto, l'uscente, il decaduto. Si sprecano gli appellativi, spesso più coloriti, rivolti a chi sta percorrendo la via delle dimissioni. Su tutti, spiccano le dichiarazioni flash di un giovane che esprime tutta la sua personale gioia per l'uscita di scena del tramontato personaggio politico, sensazione largamente condivisa dal resto dei manifestanti. Un nome che era ovunque, dappertutto e che, dopo 17 anni anni, se ne va. Un'uscita di scena che sa di liberazione. Incalza, allora, la giornalista Dina Lauricella che chiede se, queste dimissioni, siano il naturale inizio di una nuova fase, di un cambiamento. Cosa va via, allora, assieme a questo nome? Nulla purtroppo risponde disilluso l'intervistato. Il nodo, forse, è qui.

Legittimo manifestare, esprimere con mezzi pacifici e condivisi delle sensazioni e dei pensieri. Doveroso farlo se si ritiene che, attorno ad una figura ed a ciò che rappresenta, ruotino numerosi aspetti irrisolti della vita pubblica di una società. Concetti scontati? Per inciso, no, non per tutti quantomeno. La politica, in senso stretto, ha risposto facendo quadrato attorno all'ex capo di governo, fornendo reazioni ben più ponderate e distinte. Bé, questo non è del tutto vero: qualcuno, come il segretario Pdl Angelino Alfano, ha ironizzato sulla poca sobrietà di chi ha manifestato – molte bottiglie di spumante sono state stappate la sera del 12 – invitandolo a recuperare la lucidità. E anche personaggi pubblici, come Augusto Minzolini, direttore del Tg1, ha scomodato il termine riprovevoli per etichettare i comportamenti di chi era in piazza.

Fermo restando tutto ciò, serve comunque altro. Chiamando in causa la metafora dello scacchiere politico, sostituire, muovere o lucidare delle pedine che fino ad un momento fa si trovavano ferme ai box, non può essere condizione sufficiente per smuovere una partita. Serve una strategia. Meglio ancora, serve un'alternativa. Invece, la sfida italiana, presenta storicamente tattiche di alternanza. Due parole simili nella forma, antipodiche nella sostanza politica: l'alternativa spezza uno schema, crea discontinuità tra elementi usurati, non più tollerabili, fallimentari, può interrompere proprio un'alternanza che, al contrario, crea un'assuefazione radicata tra le parti in gioco le quali, ciclicamente, si scambiano di posto, dimenticandosi di ascoltare le richieste del pubblico pagante. Che poi, anch'egli ciclicamente, mormora ed insorge, più o meno civilmente.

Appare dunque evidente la necessità di andare oltre l'orizzonte limitato di amministratori limitati, autoreferenziati, istituzioni chiuse al cambiamento e sorde di fronte ai bisogni ed ai loro mutamenti storici e sociali; il punto di partenza non può essere cosa riserveranno il neopresidente e i neoministri agli italiani. Tenendo fermo il destinatario dell'azione, è comunque necessaria una modifica al soggetto operante, per formulare correttamente un cosa faranno gli italiani per gli italiani. Ciò di cui c'è bisogno è un tessuto socioculturale solidale su cui poggiare i piedi per poter ripartire in tutti gli altri settori; serve una moralità forte, una drittezza, tanto cara a Tiziano Terzani, capace di notare e segnalare ciò che stride col buon senso e con l'interesse collettivo, a cominciare dai propri comportamenti: un senso civico autocritico, quindi, che riconosca e denunci anche il personale errore e, cosciente di sanzioni e responsabilità, decida ugualmente di giocare a carte scoperte e non di chiudersi in un omertoso e vile silenzio. Il tutto, mosso dalla illuminante consapevolezza che sia questa la via maestra per arricchire se stesso e l'intera comunità.

Di pari passo, serve un freno ai meri slogan scuola uguale cultura, la famiglia è il fulcro di tutto, il futuro ci appartiene. Dimostrare concretezza di fronte a queste legittime, ma drammaticamente vuote – se non tradotte in fatti e realtà – parole, è forse la più sincera dimostrazione di convinzione in ciò che si grida. E sarebbe, forse, ancor più opportuno iniziare a sostituire, sul piano mentale e pure su quello verbale, le frasi trite e ritrite dei poveri giovani che non hanno un lavoro perché pagano gli errori delle nostre generazioni, dal momento che si stava meglio quando si stava peggio. Espressioni non certo edificanti proprio per queste giovani generazioni che necessitano, anzi, di un modello (pro)positivo e di trarre il cosiddetto buon esempio dai comportamenti con i quali hanno quotidiano contatto.

L'amalgama di tutto questo può essere una recuperata confidenza con i due termini basilari dell'uomo come animale sociale: diritti e doveri. I primi, riconosciuti per sé e per gli altri come fondamento della parità sociale; i secondi, riconosciuti per sé e per gli altri come fondamento della parità sociale. Inscindibili e interconnessi, nel concetto e nella sostanza.

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Autoblu.

Posted by pedjolo su 20 luglio 2011

http://isegretidellacasta.blogspot.com/

Auto blu e scorta per tutti! ecco il segreto di come vengono assegnate…

Quando vedete un autoblu che sfreccia a sirene spiegate, sappiate che a volte dentro c’è solo una signora che va a fare la spesa o accompagna i figli a scuola.

Vi spiego qual’è il trucco attraverso il quale gli onorevoli parlamentari si arrogano e si appropriano di questo servizio.

Le autoblu a Montecitorio sono solo venti, a disposizione dell’ufficio di presidenza (presidente e vicepresidenti della camera) e dei presidenti delle commissioni parlamentari. E gli altri 600 deputati?

Ecco come fanno.

Il meccanismo è ormai ben collaudato.

Se all’origine era solo uno stratagemma di un giovane deputato democristiano di un paesino del beneventano che l’ha tenuto in piedi per 30 anni di onorato servizio allo stato (e lo tiene tuttora) oggi ormai è dilagato molto tra i frequentatori di montecitorio.

Basta trovare una persona fidata che si prenda l’impegno, con le dovute precauzioni di intracciabilità, di inviare una lettera anonima di insulti e minacce, meglio ancora anche verso i familiari, riportando alcuni dettagli della vita privata (il nome della scuola del figlio, ad esempio).

Il giorno seguente, mentre lui va ad informare i carabinieri, io sono già a scrivere…..in verità faccio il taglia e incolla di un vecchio comunicato stampa che mi ha passato un altro servo di montecitorio che si chiama minacce.doc che tanto il succo è sempre lo stesso:”profonda indignazione per le minacce ricevute, ma continuerò per la strada delle riforme e del rinnovamento, non ci lasceremo intimidire”, chiamo i miei colleghi che anche loro hanno un bel file prestampato solidarieta.doc con il quale il capogruppo, il segretario, ecc…. esprimono solidarietà e vicinanza.

Il caso finisce sui giornali, il prefetto chiama al padrone per assicurargli una protezione maggiore.

Quel prefetto sà bene che l’avvicinamento, il trasferimento e la promozione dipendono dal ministro degli interni di turno e quindi dipende molto dalle amicizie che si sarà saputo costruire nei suoi anni di carriera prefettizia: nel successivo COMITATO PROVINCIALE PER L’ORDINE PUBBLICO E LA SICUREZZA non mancherà l’ok per concedere la dovuta protezione al padrone-deputato minacciato.

E così per magia ecco a voi un auto blu e una squadra di scorta!https://francoispesce.files.wordpress.com/2011/07/279307_2071361275326_1583701367_2072534_4972637_o.jpg

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Mens(a) sana, portafoglio sano.

Posted by pedjolo su 30 giugno 2011

Il ristoro più economico d'Italia.

mensa senato

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