metti un pesce con delle idee bislacche…

ecco, sei nella rete con lui

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Prizren (Kosovo), 17 Febbraio 2008.

Posted by pedjolo su 3 marzo 2008

Questa è l’indipendenza del Kosovo. Raccontata da chi la sta vivendo, toccando, respirando senza schermi televisivi o altri filtri. Leggetela; a me ha fatto bene (e male).

"In un bar affacciato sulla piazza principale di Prizren, in una domenica assolata e pungente al tempo stesso, un bambino corre divertito fra i tavoli del locale sventolando una bandierina rossa con l’aquila nera a due teste, comprata dal papà per l’occasione. Fiero del nuovo giocattolo, saltellando scandisce due parole che i suoi genitori negli ultimi giorni stanno rivolgendo a tutte le persone che incontrano. “U-ri-me Pa-va-re-sia, U-ri-me Pa-va-re-sia!”, urla a tutte le gambe con cui si scontra durante il suo percorso fra sedie e camerieri indaffarati. Poi alza lo sguardo, e spesso incontra uno sguardo misto di tenerezza, malinconia, fierezza e incredulità per quello che sta per accadere. E allora continua per la sua strada, con il nuovo compito che si è affidato per questa giornata e che sembra rendere così felici gli adulti attorno a sé.

Augurare a tutti una buona indipendenza. Ma chissà cosa deve rappresentare questa pavaresia, visto che il suo papà oggi lo lascia giocare per il locale quanto gli pare senza rimproverarlo. Anzi, ad un certo punto lo afferra e, cullandolo fra le sue braccia, partecipa anche lui al nuovo gioco. “U-ri-me Pa-va-re-sia, U-ri-me Pa-va-re-sia!”. Attorno a loro, gli uomini che entrano nel locale abbracciano quelli appoggiati al bancone. Abbracci intensi, avvolgenti, sorrisi che sembrano tirare un sospiro di sollievo. Sulla porta del locale è stato apposto un adesivo diffuso in tutto il Kosovo, recante la scritta “Bac, u kry!”. È finita, zio. Lo zio in questione è Adem Jashari, combattente dell’UCK, ucciso dopo tre giorni di assedio alla sua casa con tutta la famiglia dalle milizie serbe nel 1998.

Sulle teste di tutti i presenti, in televisione continuano a scorrere le immagini della storia degli ultimi anni del Kosovo. Il volto di Rugova, fautore di uno dei movimenti nonviolenti più importanti di questo secolo le cui azioni, tuttavia, sono passate sotto l’indifferenza generale dell’opinione pubblica internazionale. Negli anni ’90 la resistenza nonviolenta kosovaro-albanese fu in grado di creare un vero e proprio stato parallelo, in grado di sopperire alle pesanti limitazioni imposte dal regime di Milosevic, il presidente serbo dell’epoca, agli albanesi del Kosovo. Uno stato ombra costituito da un sistema scolastico parallelo, con insegnanti che impartivano lezioni clandestinamente, dopo l’espulsione di tutti gli studenti dalle scuole e che tentava di assicurare un’assistenza sanitaria a chiunque lo necessitasse.

La mancanza di sostegno al movimento ha fatto sì che, ad un certo punto, abbia ceduto il passo ad una resistenza armata. L’immagine di Rugova sfuma sui volti di molti combattenti dell’UCK, il cui nome verrà scandito a gran voce dalla folla molte volte durante questa giornata. E ancora le immagini della primavera del ‘99 e dei profughi in fuga verso il confine con l’Albania o la Macedonia. Nell’ultimo periodo, ogni sera alle 19, un canale albanese ha mandato in onda documentari di quel periodo. Immagini senza filtro di fosse comuni, di corpi scomposti, delle lacrime dei campi profughi, di sguardi persi nel vuoto di chi ormai aveva perso tutto. La propria casa in fiamme, l’intera famiglia uccisa, nessun motivo per andare avanti. Mi sono imposta di guardarle, quelle immagini, nonostante la loro crudezza. Per provare ad avvicinarmi anche minimamente alla storia di questo paese, ora così confusa da mille rivendicazioni che allontanano dalla realtà di chi, quei momenti, li ha vissuti per davvero. Ma anche in questa occasione, queste immagini hanno rischiato di esser strumentalizzate, risvegliando il dolore e il rancore per quanto vissuto. Oggi però nessuno sembra voler ritornare a quei momenti. Oggi l’attesa del fatidico momento in cui il paese potrà finalmente definirsi uno stato, traspare da ogni pacca sulle spalle, dalle mille bandiere che sventolano lungo le vie della città, dai balconi, o attaccate con un po’ di scotch sulle antenne delle auto.

Il Kosovo si appresta a festeggiare senza ancora conoscere il colore della sua indipendenza. È strano vedere un paese vestirsi a festa con i colori di un altro stato, quello dell’Albania. O ancora con quelli dei paesi amici: Stati Uniti, Germania, sporadicamente anche l’Italia. Questa mattina, l’indipendence day mi ha salutata con due bandiere appese al balcone dal mio vicino turco: quella albanese con a fianco quella della Turchia. Non esiste ancora una bandiera, ma Prizren oggi racconta la sua voglia di appartenere a qualcosa di suo e non più di qualcun altro. L’ufficializzazione della data dell’indipendenza non è stata confermata da nessuno, nemmeno dal primo ministro Thaçi, che di fronte alla domanda di un giornalista che gli chiedeva quando sarebbe stata proclamata l’indipendenza, non ha dato alcuna risposta. Eppure la festa è iniziata già la sera prima, quando cortei di persone si sono riversati in strada al ritmo della musica di altoparlanti montati provvisoriamente sulle auto per l’occasione. Migliaia di manifesti hanno ricoperto i muri delle città, invitando i cittadini a festeggiare “con dignità” l’arrivo dell’indipendenza…un modo gentile per ricordare ai kosovari che i tipici spari di kalashnikov tanto caratteristici dei matrimoni balcanici non sarebbero risultati molto graditi all’opinione pubblica, tanto meno le provocazioni a quell’altra parte del paese contraria a questo avvenimento politico.

Il Kosovo oggi si autoproclama indipendente, ma la realtà è che, per esserlo effettivamente, ha bisogno dell’appoggio internazionale. Lo ha capito Thaçi, che nell’ultimo periodo ha decisamente moderato i termini di una campagna elettorale iniziata con toni molto accesi. Oggi il primo ministro che compare in televisione, più che un ex-combattente dell’UCK, ricorda piuttosto un burattino un po’ impacciato e teso da fili manovrati dall’alto, da molto in alto. Eppure quando lo vediamo comparire in televisione, pronto ad affrontare la lunga giornata in parlamento, la sensazione di stare assistendo ad un pezzo di storia inizia a scorrere nelle vene. E allora si esce dal locale e si affronta il bagno di folla tinto di rosso e nero che, nel frattempo si è riversata in piazza. Rumore incalzante di tamburi, scandito dai passi del tipico ballo di gruppo, tutti in cerchio, mano nella mano. Rose rosse tese verso il cielo, bambini sulle spalle dei genitori, macchine fotografiche ovunque che cercano di immortalare questo momento. “Chi l’avrebbe detto, nove anni fa…” è la frase ricorrente che accompagna l’attesa. È un’indipendenza a dieci gradi sottozero, nonostante il cielo terso. Verso le tre del pomeriggio, tutti quanti si radunano attorno ad un televisore, che manda in diretta le immagini dal parlamento di Prishtina. Si cerca di cogliere le parole chiave del discorso, ma quando arriva il momento del voto elettronico, il sistema non funziona. Poco importa, si va per alzata di mano. E tutte le mani si alzano all’unanimità. Le poche mani che avrebbero votato contro, quelle serbe e quelle delle altre minoranze rappresentate in parlamento, hanno disertato l’aula. Il parlamento applaude, compostamente. La repubblica del Kosovo è nata. È una sensazione strana, nessuno di noi realizza quello che sta succedendo. Non riescono a realizzarlo nemmeno i nostri amici kosovari, che dopo un po’ arrivano a casa nostra. E poi arriva la bandiera, anche se i suoi colori non sono ancora stati ufficializzati. Lo schermo mostra prima un vessillo dallo sfondo blu, con un Kosovo bianco in mezzo e sei stelle gialle. Poi, improvvisamente, i colori si invertono, il paese diventa giallo e le stelle, simbolo di tutte le comunità presenti (alcuni dicono che la sesta sia per la comunità internazionale), diventano bianche. Anche la bandiera sembra essere stata “burattinata”. Fredda, secondo i tipici standards europei, senza alcun riferimento al paese che, d’ora in poi, dovrà simboleggiare. Ma non è di questo di cui ci si preoccupa, in questo momento. Tutti di nuovo in strada, a festeggiare, ballare, ubriacati da un’indipendenza simbolo di speranze, di rinascita, di identità. Quello che l’indipendenza sta davvero significando per la vita di queste persone, lo si potrà sapere forse fra qualche mese. Molto più probabilmente fra qualche anno. È un’indipendenza che sta in piedi soprattutto per volere di certi burattinai internazionali. Un’indipendenza che è non è arrivata il 17 febbraio 2008, ma ben nove anni fa, con una risoluzione ONU, la 1244, piena di ambiguità e contraddizioni. Che, attraverso la progressiva creazione di un apparato amministrativo e politico vero e proprio, ha inevitabilmente creato forti aspettative in questo popolo. L’unica soluzione possibile, si sente dire in questi giorni. Una soluzione però a cui si sarebbe dovuti arrivare in un altro modo, una soluzione che avrebbe dovuto garantire degli standards di vita autentici a tutte le persone che abitano questo paese. È un’indipendenza zoppa, che conta ancora 16.000 soldati di una forza internazionale sul suo territorio.

Pochi giorni dopo la proclamazione, mentre mi stavo recando nella neo-capitale in autobus, l’autobus si imbatte in uno dei tanti posti di blocco della KFOR, intensificati immediatamente dopo il 17 febbraio. Sale sul mezzo un militare, che in tedesco invita tutti quanti a scendere. Ci fanno mettere in riga, ci controllano i documenti. Nel frattempo davanti a noi staziona un militare con la mano sul mitra. Finito il controllo, faccio il gesto di rompere le righe. Lo stesso militare mi si avvicina e mi fa capire di rimanere dove sono: altri suoi colleghi stanno proseguendo il controllo a tappeto del mezzo, per accertarsi che non stia trasportando armi. Alla ragazza vicino a me squilla il cellulare, lei fa per rispondere, ma anche in questo caso le viene intimato di spegnere l’apparecchio. Questo significa essere indipendenti nella vita quotidiana di un qualsiasi cittadino kosovaro?

Le reazioni della Serbia si conoscono, visto che a lei è stata dedicata tutta l’attenzione dei media internazionali durante i primi giorni della neonata repubblica. Certo è che buona parte del futuro politico del Kosovo dipenderà dalle sue reazioni in merito e da quelle, più in alto ancora, di mamma Russia. Esistono tante verità su questa questione, ognuna con le sue ragioni e i suoi principi. La manifestazione a Belgrado, quella andata in mondovisione per gli episodi che le sono seguiti, ha raccontato la sua, di verità. Eppure non è questo che fa paura, non è questo che fa pensare ad un nuovo conflitto nell’area. Quello che fa paura sono, come sempre, i mastri burattinai. Sono quelli che, facendo leva sulla frustrazione e l’insoddisfazione per le condizioni di vita in cui versano le persone, sanno sfruttare e incanalare la loro rabbia nel modo a loro più consono al momento. Gli incidenti alle ambasciate a Belgrado, così come i ripetuti attacchi da parte di alcune centinaia di serbi ai posti di blocco al confine con il Kosovo ne sono un esempio. La speranza è che questa volta tutto ciò non accada, che le persone riescano a fare sentire la loro voce, i loro bisogni e le loro idee attraverso altri mezzi, senza farsi pilotare dai politici di turno.

L’augurio va a te, bambino che stamattina sventolavi quella bandierina. Che questa pavaresia sia motivo di slancio e di fiducia nel futuro. E che continui ad essere un gioco felice per tanti giorni ancora.
Un abbraccione,
Giu "

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