metti un pesce con delle idee bislacche…

ecco, sei nella rete con lui

Archive for the ‘elezioni’ Category

Ballottaggio 2017

Posted by pedjolo su 21 giugno 2017

Vorrei ringraziare quanti, nelle scorse settimane, hanno deciso di sostenermi, con o senza voto, come candidato di Sinistra per Pistoia, in questa personale “prima volta” : la mia campagna elettorale è partita con qualche scetticismo, legato anche alla ristrettezza dei tempi in cui era richiesto e necessario muoversi. E infatti, ho cercato di privilegiare i piccoli momenti di dialogo e dibattito, mirando a parlare piuttosto che urlare.
Ma, nonostante abbia apprezzato la fiducia di chi mi ha votato, il risultato personale sta a margine; c’è qualcosa di differente e più grande, stavolta, in ballo. Io sono convinto che le diffidenze, i dissensi, le proteste del primo turno siano stati tutti legittimi. Ne sono davvero convinto.
Non trovo tollerabile, al fine di giustificare un mancato successo elettorale, accusare un candidato o una lista concorrente di aver intercettato voti utili a qualcun altro: questa non è una battaglia, è la democrazia. L’ho sempre pensato da spettatore e continuo a pensarlo anche oggi, da partecipante. Le liste e i loro candidati sono espressione di una volontà popolare e rappresentano una fetta di elettorato che, per svariate ragioni, ha deciso di dar loro il proprio consenso.
Quindi, ora poche storie se, ad esempio, i numeri ci raccontano che, nel 2017, a Pistoia 500 persone votano per una lista di estrema destra. Non serve barricarsi, meravigliarsi o indignarsi adesso: partendo dal presupposto che c’è un voto legittimato dalla legge vigente, risulta più sensato rendersi conto che si tratta di un fenomeno sociologico su cui interrogarsi. È necessario, casomai, chiedersi come mai una parte del tessuto sociale senta il bisogno di costituire un senso di appartenenza attorno ai principi espressi da questo movimento, o quello che è; come mai giovani e giovanissimi, spesso con il diploma di scuola superiore non ancora in mano, si identifichino in anacronistici inni a quello che fu un buio ventennio datato ormai cento anni fa.
Ma, come ho scritto, questa è una riflessione che necessita di svilupparsi ben prima di una tornata elettorale. Anzi, no, non è una riflessione: è un ascolto! Un ascolto dei malumori e delle frustrazioni che accompagnano chi vive la città e le sue periferie, finalizzato ad intercettare nuovi bisogni, per trasformare le proteste in proposte. In questo, io cittadino e volontario, prima ancora che come candidato, sono mancato, perché non ho fatto abbastanza per accogliere e raccogliere queste sensazioni. E ritengo di avere la licenza per poter invitare all’autocritica anche altri che, come me, possono migliorarsi, puntando a privilegiare il dialogo e il confronto.
Sento quindi il bisogno personale di cominciare a farlo in maniera più convinta, ripartendo non soltanto dalla neonata lista, ma anche dalle opportunità che l’esperienza con Emergency mi offre quotidianamente, potendo osservare da vicino la società attuale, attraverso gli eventi pubblici, e quella del domani, tramite gli incontri nelle scuole.
Ogni momento e, soprattutto, ogni storia ed ogni persona meritano il medesimo ascolto perché hanno la stessa dignità: questa è una ferma convinzione che affonda le sue radici non soltanto in discorsi ed aforismi di leader carismatici o lungimiranti personaggi storici, ma proviene anche dalle storie che molti mi hanno raccontato, onorandomi di questa loro condivisione.
Quelli che si beccano l’epiteto di negri, finocchi, immigrati, barboni, puttane, zingari; gli “ultimi”, i diversi, i non allineati, gli avversari. Persone, fatte di sangue e sogni, come me.
Intanto, anche in nome di queste persone, mi prendo la seconda ed ultima licenza, al fine di spronare ogni lettore che abbia condiviso queste mie parole, ad andare a votare domenica 25 giugno. Partecipare ed esprimere la propria posizione, anche in dissenso con tutte le forze politiche presenti, è un diritto frutto di conquiste che rischiano troppo spesso di essere svuotate del loro reale valore. Se al primo turno 30 mila persone non hanno partecipato, al secondo turno è necessaria una inversione, perché ci sono in gioco due visioni opposte, agli antipodi, su come amministrare una città.
Come ho scritto sopra, pur consapevole del fatto che ci sarà da lavorare, da ricucire rapporti di fiducia logori, da correggere errori e rivedere linee politiche, io continuo a sostenere, per quelli che sono i miei valori, la candidatura a sindaco di Samuele Bertinelli, in opposizione a quella di una coalizione e di un candidato sindaco che, seppur legittimi, la mia visione delle cose mi porta a definire fuori dal tempo e pericolosamente classisti e razzisti, incapaci di fornirmi certezze sull’immediato futuro della mia famiglia.
E, soprattutto, di mio figlio che non voglio inizi la scuola in una città xenofoba, guidata da sedicenti secessionisti che sputano sulla Costituzione, salvo poi utilizzarla per i giuramenti di rito, fascisti del terzo millennio che sventolano croci celtiche e ammazzano senegalesi ai mercati fiorentini, omofobi che sostengono i valori della famiglia ma solo quella che piace loro. Questo non è accettabile.
Per evitarlo, ciò che è stato realizzato dall’amministrazione uscente e, impegniamoci per questo, di nuovo entrante, ciò che è stato sbagliato e ciò che necessita ancora di essere fatto, dovrà essere il punto da cui far ripartire il nastro, con umiltà, riconoscenza e presenza sui territori.

 

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La mer(d)

Posted by pedjolo su 9 maggio 2012

«Perdere è sempre difficile, ma pensare che gli lasciamo (ai socialisti ndr) gestire questo merdaio ha qualcosa di delizioso»: lo ha detto – rigorosamente off the records – il presidente francese uscente, Nicolas Sarkozy, rivolgendosi ai suoi più fedeli collaboratori il giorno della sua sconfitta, domenica scorsa. «La transizione – ha aggiunto Sarkozy – deve svolgersi nel modo più rapido possibile…E poi, viva la vita vera!».

Gaffe off the records di Sarkozy«Lasciamo i socialisti nella mer…» – Mondo – lUnità.

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La dignità enorme dei no.

Posted by pedjolo su 14 giugno 2011

In mezzo ai numeri e ai colori. In una giornata di estasi "politica" (nel senso nobile e originale del termine).

Sembra il resoconto di un parlamentare strafatto.

Non lo è. Dallo spoglio del seggio ai risultati, il passo è stato breve. E tanto soddisfacente. Ma quello che mi ha commosso, inorgoglito, sono stati quei quasi 80 voti contrari tirati fuori dalle 4 urne. A loro io rivolgo il mio più sincero plauso per un gesto che denota spina dorsale e grande senso civico.

Facile, troppo facile, votare sì; molti dei "votanti affermativi", me per primo, hanno scelto con la propria testa ma in buona parte anche sull'onda emotiva di tutta una serie di fattori che adesso non serve specificare.

Chi ha fatto astensione, come ho scritto nel post precedente, ha ceduto con viltà ad una logica eversiva.

Invece, chi ha scelto di crocettare il no o ha annullato la scheda oppure l'ha semplicemente lasciata bianca, ha compiuto il più grande gesto di senso civico possibile in una tornata referendaria italiana.

A me non interessa vincere sulle altre logiche, filosofie, idee politiche… Io voglio sapere cosa ne pensi la maggioranza della popolazione del mio paese su determinate questioni, voglio capire se per il nucleare, democraticamente, siano più i sì o i no. E lo voglio sapere anche per l'acqua, per il legittimo impedimento di pochi rispetto alla moltitudine.

Si è scritto sui giornali che è stata determinante la partecipazione di tanti giovani. Sì, è vero.

Ma io non voglio dimenticare quante persone, anziane, con grosse difficoltà nella deambulazione, si siano recate nelle loro sezioni, da sole o accompagnate, sfidando tutto.

Le ho viste e le ho ascoltate: "Mi scusi, c'ho messo tanto eh? Non riuscivo a piegare le schede", "Io, ormai, son più di qua che di là. Ma lo fo per voialtri, per voi giovani", "Per questa volta è fatta; finché ci siamo, si deve votare". E ancora "Grazie! Che bella gioventù che siete".

Quella gioventù ha ringraziato sorridendo, non con le labbra, ma con il cuore che sobbalzava e gli occhi che si inumidivano stringendosi.

La coscienza ha vinto. Questo paese deve ricordarsi, un po' più spesso, di averla.

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41,1%

Posted by pedjolo su 13 giugno 2011

S'è desta? Ve lo dico tra 8,9 %…

Risultati ore 22 del 12 giugno.

NB: L'astensione come forma equivalente al NO nei referendum abrogativi, presenti e passati, è una strategia legale ma disonesta. Verso chi è favorevole, verso chi vota in genere e, ebbene sì, pure verso se stessi. Astenersi non significa far valere la propria opinione o posizione su quella degli altri, ma equivale alla consapevolezza del fatto che la propria visione sia minoritaria nella comunità nella quale si vive. E, nonostante questo, si vuole comunque – in barba ai più basilari principi democratici e, verrebbe da chiedersi, forse etici – farla prevalere su quella della maggioranza, la cui legittimità – derivante da un diffuso consenso – sarebbe così sovvertita con una manovra che la normativa consente ma che il buon senso e la moralità dovrebbero rifiutare. Ciò che ne emerge è, tra chi opti per l'astensione, mancanza di una volontà forte capace di voler far pesare il proprio pensiero, paura di "perdere", carattere disonesto ed eversivo (non certo nel senso rivoluzionario del termine). Di fronte a questo, appare evidente la natura puerile di pseudorivendicazioni che inneggino al diritto di non votare.

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Non (non) è un paese per vecchi.

Posted by pedjolo su 15 aprile 2008

L'immagine “https://francoispesce.files.wordpress.com/2008/04/zwei_zigaretten.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Non ho mai provato a fumare, nemmeno a fare un tiro come si dice in gergo, perché
ho sempre ritenuto questa cosa dannosa per la mia salute e soprattutto per paura. La paura di non riuscire ad impormi su quello che molti definiscono un vizio dal quale è difficile allontanarsi una volta provato.

A volte mi sento investito di un ruolo importante, quasi divino, di dover aiutare il mio paese, la mia gente, a risollevarsi e a ritrovare la retta via da percorrere. Ma quella vera, senza retorica. Solidarietà locale e globale, uguaglianza, rispetto delle regole, autolimitazione nell’usufrutto di beni e servizi, ecc…

Ma come potrei farlo? Entrando forse in politica?

Il mondo politico, anzi, partitico, che ci ritroviamo oggi mi fa paura, come queste sigarette. Non ci voglio nemmeno provare perché ho troppo timore di cedere progressivamente all’assuefazione che potrebbe darmi la comodità di una poltrona, di una carica, di un titolo, di un gruppo di conoscenze "che contano". Sono italiano, e quindi non ho spina dorsale. Meglio non rischiare.

Intanto, oggi io non sono riuscito a credere al veltroniano "Si può fare". I’M NOT PD. Vorrei pertanto rivolgermi, con un ipotetico appello, a quanti mi hanno insultato e mi insulteranno in questi giorni o anni: se pensate che in questo momento non stia male, vi sbagliate; se pensate che sia stata una scelta facile, vi sbagliate; se pensate che il mio "colore politico" si sia sbiadito perché non ho espresso preferenze, vi sbagliate (credo sia l’opposto).
Infine, se pensate che chi ha vinto queste elezioni lo abbia fatto per colpa di chi si è astenuto o ha annullato la scheda, siete delle merde in malafede, con occhi, orecchie e NASO tappati.

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Sbagliare è umano…

Posted by pedjolo su 14 aprile 2008

…perseverare è diabolico

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Prizren (Kosovo), 17 Febbraio 2008.

Posted by pedjolo su 3 marzo 2008

Questa è l’indipendenza del Kosovo. Raccontata da chi la sta vivendo, toccando, respirando senza schermi televisivi o altri filtri. Leggetela; a me ha fatto bene (e male).

"In un bar affacciato sulla piazza principale di Prizren, in una domenica assolata e pungente al tempo stesso, un bambino corre divertito fra i tavoli del locale sventolando una bandierina rossa con l’aquila nera a due teste, comprata dal papà per l’occasione. Fiero del nuovo giocattolo, saltellando scandisce due parole che i suoi genitori negli ultimi giorni stanno rivolgendo a tutte le persone che incontrano. “U-ri-me Pa-va-re-sia, U-ri-me Pa-va-re-sia!”, urla a tutte le gambe con cui si scontra durante il suo percorso fra sedie e camerieri indaffarati. Poi alza lo sguardo, e spesso incontra uno sguardo misto di tenerezza, malinconia, fierezza e incredulità per quello che sta per accadere. E allora continua per la sua strada, con il nuovo compito che si è affidato per questa giornata e che sembra rendere così felici gli adulti attorno a sé.

Augurare a tutti una buona indipendenza. Ma chissà cosa deve rappresentare questa pavaresia, visto che il suo papà oggi lo lascia giocare per il locale quanto gli pare senza rimproverarlo. Anzi, ad un certo punto lo afferra e, cullandolo fra le sue braccia, partecipa anche lui al nuovo gioco. “U-ri-me Pa-va-re-sia, U-ri-me Pa-va-re-sia!”. Attorno a loro, gli uomini che entrano nel locale abbracciano quelli appoggiati al bancone. Abbracci intensi, avvolgenti, sorrisi che sembrano tirare un sospiro di sollievo. Sulla porta del locale è stato apposto un adesivo diffuso in tutto il Kosovo, recante la scritta “Bac, u kry!”. È finita, zio. Lo zio in questione è Adem Jashari, combattente dell’UCK, ucciso dopo tre giorni di assedio alla sua casa con tutta la famiglia dalle milizie serbe nel 1998.

Sulle teste di tutti i presenti, in televisione continuano a scorrere le immagini della storia degli ultimi anni del Kosovo. Il volto di Rugova, fautore di uno dei movimenti nonviolenti più importanti di questo secolo le cui azioni, tuttavia, sono passate sotto l’indifferenza generale dell’opinione pubblica internazionale. Negli anni ’90 la resistenza nonviolenta kosovaro-albanese fu in grado di creare un vero e proprio stato parallelo, in grado di sopperire alle pesanti limitazioni imposte dal regime di Milosevic, il presidente serbo dell’epoca, agli albanesi del Kosovo. Uno stato ombra costituito da un sistema scolastico parallelo, con insegnanti che impartivano lezioni clandestinamente, dopo l’espulsione di tutti gli studenti dalle scuole e che tentava di assicurare un’assistenza sanitaria a chiunque lo necessitasse.

La mancanza di sostegno al movimento ha fatto sì che, ad un certo punto, abbia ceduto il passo ad una resistenza armata. L’immagine di Rugova sfuma sui volti di molti combattenti dell’UCK, il cui nome verrà scandito a gran voce dalla folla molte volte durante questa giornata. E ancora le immagini della primavera del ‘99 e dei profughi in fuga verso il confine con l’Albania o la Macedonia. Nell’ultimo periodo, ogni sera alle 19, un canale albanese ha mandato in onda documentari di quel periodo. Immagini senza filtro di fosse comuni, di corpi scomposti, delle lacrime dei campi profughi, di sguardi persi nel vuoto di chi ormai aveva perso tutto. La propria casa in fiamme, l’intera famiglia uccisa, nessun motivo per andare avanti. Mi sono imposta di guardarle, quelle immagini, nonostante la loro crudezza. Per provare ad avvicinarmi anche minimamente alla storia di questo paese, ora così confusa da mille rivendicazioni che allontanano dalla realtà di chi, quei momenti, li ha vissuti per davvero. Ma anche in questa occasione, queste immagini hanno rischiato di esser strumentalizzate, risvegliando il dolore e il rancore per quanto vissuto. Oggi però nessuno sembra voler ritornare a quei momenti. Oggi l’attesa del fatidico momento in cui il paese potrà finalmente definirsi uno stato, traspare da ogni pacca sulle spalle, dalle mille bandiere che sventolano lungo le vie della città, dai balconi, o attaccate con un po’ di scotch sulle antenne delle auto.

Il Kosovo si appresta a festeggiare senza ancora conoscere il colore della sua indipendenza. È strano vedere un paese vestirsi a festa con i colori di un altro stato, quello dell’Albania. O ancora con quelli dei paesi amici: Stati Uniti, Germania, sporadicamente anche l’Italia. Questa mattina, l’indipendence day mi ha salutata con due bandiere appese al balcone dal mio vicino turco: quella albanese con a fianco quella della Turchia. Non esiste ancora una bandiera, ma Prizren oggi racconta la sua voglia di appartenere a qualcosa di suo e non più di qualcun altro. L’ufficializzazione della data dell’indipendenza non è stata confermata da nessuno, nemmeno dal primo ministro Thaçi, che di fronte alla domanda di un giornalista che gli chiedeva quando sarebbe stata proclamata l’indipendenza, non ha dato alcuna risposta. Eppure la festa è iniziata già la sera prima, quando cortei di persone si sono riversati in strada al ritmo della musica di altoparlanti montati provvisoriamente sulle auto per l’occasione. Migliaia di manifesti hanno ricoperto i muri delle città, invitando i cittadini a festeggiare “con dignità” l’arrivo dell’indipendenza…un modo gentile per ricordare ai kosovari che i tipici spari di kalashnikov tanto caratteristici dei matrimoni balcanici non sarebbero risultati molto graditi all’opinione pubblica, tanto meno le provocazioni a quell’altra parte del paese contraria a questo avvenimento politico.

Il Kosovo oggi si autoproclama indipendente, ma la realtà è che, per esserlo effettivamente, ha bisogno dell’appoggio internazionale. Lo ha capito Thaçi, che nell’ultimo periodo ha decisamente moderato i termini di una campagna elettorale iniziata con toni molto accesi. Oggi il primo ministro che compare in televisione, più che un ex-combattente dell’UCK, ricorda piuttosto un burattino un po’ impacciato e teso da fili manovrati dall’alto, da molto in alto. Eppure quando lo vediamo comparire in televisione, pronto ad affrontare la lunga giornata in parlamento, la sensazione di stare assistendo ad un pezzo di storia inizia a scorrere nelle vene. E allora si esce dal locale e si affronta il bagno di folla tinto di rosso e nero che, nel frattempo si è riversata in piazza. Rumore incalzante di tamburi, scandito dai passi del tipico ballo di gruppo, tutti in cerchio, mano nella mano. Rose rosse tese verso il cielo, bambini sulle spalle dei genitori, macchine fotografiche ovunque che cercano di immortalare questo momento. “Chi l’avrebbe detto, nove anni fa…” è la frase ricorrente che accompagna l’attesa. È un’indipendenza a dieci gradi sottozero, nonostante il cielo terso. Verso le tre del pomeriggio, tutti quanti si radunano attorno ad un televisore, che manda in diretta le immagini dal parlamento di Prishtina. Si cerca di cogliere le parole chiave del discorso, ma quando arriva il momento del voto elettronico, il sistema non funziona. Poco importa, si va per alzata di mano. E tutte le mani si alzano all’unanimità. Le poche mani che avrebbero votato contro, quelle serbe e quelle delle altre minoranze rappresentate in parlamento, hanno disertato l’aula. Il parlamento applaude, compostamente. La repubblica del Kosovo è nata. È una sensazione strana, nessuno di noi realizza quello che sta succedendo. Non riescono a realizzarlo nemmeno i nostri amici kosovari, che dopo un po’ arrivano a casa nostra. E poi arriva la bandiera, anche se i suoi colori non sono ancora stati ufficializzati. Lo schermo mostra prima un vessillo dallo sfondo blu, con un Kosovo bianco in mezzo e sei stelle gialle. Poi, improvvisamente, i colori si invertono, il paese diventa giallo e le stelle, simbolo di tutte le comunità presenti (alcuni dicono che la sesta sia per la comunità internazionale), diventano bianche. Anche la bandiera sembra essere stata “burattinata”. Fredda, secondo i tipici standards europei, senza alcun riferimento al paese che, d’ora in poi, dovrà simboleggiare. Ma non è di questo di cui ci si preoccupa, in questo momento. Tutti di nuovo in strada, a festeggiare, ballare, ubriacati da un’indipendenza simbolo di speranze, di rinascita, di identità. Quello che l’indipendenza sta davvero significando per la vita di queste persone, lo si potrà sapere forse fra qualche mese. Molto più probabilmente fra qualche anno. È un’indipendenza che sta in piedi soprattutto per volere di certi burattinai internazionali. Un’indipendenza che è non è arrivata il 17 febbraio 2008, ma ben nove anni fa, con una risoluzione ONU, la 1244, piena di ambiguità e contraddizioni. Che, attraverso la progressiva creazione di un apparato amministrativo e politico vero e proprio, ha inevitabilmente creato forti aspettative in questo popolo. L’unica soluzione possibile, si sente dire in questi giorni. Una soluzione però a cui si sarebbe dovuti arrivare in un altro modo, una soluzione che avrebbe dovuto garantire degli standards di vita autentici a tutte le persone che abitano questo paese. È un’indipendenza zoppa, che conta ancora 16.000 soldati di una forza internazionale sul suo territorio.

Pochi giorni dopo la proclamazione, mentre mi stavo recando nella neo-capitale in autobus, l’autobus si imbatte in uno dei tanti posti di blocco della KFOR, intensificati immediatamente dopo il 17 febbraio. Sale sul mezzo un militare, che in tedesco invita tutti quanti a scendere. Ci fanno mettere in riga, ci controllano i documenti. Nel frattempo davanti a noi staziona un militare con la mano sul mitra. Finito il controllo, faccio il gesto di rompere le righe. Lo stesso militare mi si avvicina e mi fa capire di rimanere dove sono: altri suoi colleghi stanno proseguendo il controllo a tappeto del mezzo, per accertarsi che non stia trasportando armi. Alla ragazza vicino a me squilla il cellulare, lei fa per rispondere, ma anche in questo caso le viene intimato di spegnere l’apparecchio. Questo significa essere indipendenti nella vita quotidiana di un qualsiasi cittadino kosovaro?

Le reazioni della Serbia si conoscono, visto che a lei è stata dedicata tutta l’attenzione dei media internazionali durante i primi giorni della neonata repubblica. Certo è che buona parte del futuro politico del Kosovo dipenderà dalle sue reazioni in merito e da quelle, più in alto ancora, di mamma Russia. Esistono tante verità su questa questione, ognuna con le sue ragioni e i suoi principi. La manifestazione a Belgrado, quella andata in mondovisione per gli episodi che le sono seguiti, ha raccontato la sua, di verità. Eppure non è questo che fa paura, non è questo che fa pensare ad un nuovo conflitto nell’area. Quello che fa paura sono, come sempre, i mastri burattinai. Sono quelli che, facendo leva sulla frustrazione e l’insoddisfazione per le condizioni di vita in cui versano le persone, sanno sfruttare e incanalare la loro rabbia nel modo a loro più consono al momento. Gli incidenti alle ambasciate a Belgrado, così come i ripetuti attacchi da parte di alcune centinaia di serbi ai posti di blocco al confine con il Kosovo ne sono un esempio. La speranza è che questa volta tutto ciò non accada, che le persone riescano a fare sentire la loro voce, i loro bisogni e le loro idee attraverso altri mezzi, senza farsi pilotare dai politici di turno.

L’augurio va a te, bambino che stamattina sventolavi quella bandierina. Che questa pavaresia sia motivo di slancio e di fiducia nel futuro. E che continui ad essere un gioco felice per tanti giorni ancora.
Un abbraccione,
Giu "

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Vote nobody.

Posted by pedjolo su 15 febbraio 2008

Ringrazio Rosanna per la segnalazione e invito tutti ad aderire:

www.protestaelezioni2008.splinder.com

scheda elettorale nessuno

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Vote.

Posted by pedjolo su 14 febbraio 2008

obama ken

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Chi non corre in compagnia…

Posted by pedjolo su 7 febbraio 2008

Strano il fato.
C’è chi è costretto a non correre con gli altri, e chi sceglie di correre da solo.

PistoriusHo come l’impressione che la polvere, sollevata per forza di cose da chi sta davanti, continueremo a ingurgitarla a lungo. Ma parecchio a lungo.

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