metti un pesce con delle idee bislacche…

ecco, sei nella rete con lui

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Suicciòff

Posted by pedjolo su 29 gennaio 2012

Pubblicato su Lo Snodo il 10 dicembre 2011.

www.losnodo.net.

L’altro giorno osservavo una carcassa nera, strana, appoggiata in terra, in mezzo alla piazzola ecologica di Piazza San Lorenzo a Pistoia, in attesa che un addetto venisse a caricarla per indirizzarla, con ogni probabilità, alle bocche di qualche inceneritore. Era sera, stava piovendo e non distinguevo cosa fosse. Avvicinandomi, capii: televisore a tubo catodico, 15, 17 pollici al massimo, un “trombone” – lo avrà definito l’ultimo proprietario – squadrato e inesorabilmente sconfitto dalla moderna anoressia delle tavolette LCD che lo hanno stracciato in prima battuta per la loro sottigliezza e, successivamente, grazie al decoder digitale integrato.Tre parole, il futuro. Il futuro! Il futuro?!
Me lo sono ripetuto più di una volta cosa abbiano in comune la parola futuro e il nuovo sistema di ricezione televisiva. E anche grazie a quella carcassa, il cui abbandono non poteva che avvenire in un sistema incapace di distinguere tra materiale di scarto e ricchezza, ho acquisito piena consapevolezza che niente possa legarli. A meno che non si intenda con la parola futuro ciò che, nei giorni e negli anni a venire, sarà unilateralmente deciso ed imposto. Perché è quello che in quasi tutta Italia, Toscana oramai compresa, è accaduto. Non è mia intenzione soffermarmi sui soggetti che beneficeranno, nel paese dei monopòli, di questo passaggio e del flusso di denaro che ha generato e continuerà a generare. Vorrei piuttosto riflettere su aspetti molto più concreti, porre domande e condividere la mia personale scelta.

Il cosiddetto digitale terrestre ha mandato in pensione, oltre al protagonista di questo articolo, tanti altri apparecchi, milioni probabilmente. Dubito che molti di questi fossero realmente da rottamare: è verosimile pensare che una buona fetta fosse ancora utilizzabile per ricevere, tramite aggiunta di apposito rievitore, il nuovo segnale. Quindi, uno spreco ingiustificato di risorse e denaro, abilmente ottenuto grazie alle numerose ed asfissianti pubblicità – propaganda dei vari rivenditori hitech e figlio, suppongo, di quella obsolescenza percepita che Annie Leonard ricorda ne La storia delle cose. Uno spreco, oltretutto, in mancanza di reali migliorie e, anzi, accompagnato da ripetute difficoltà tecniche. La perdita di sintonia da parte de La7 e altre emittenti, ad esempio, fa il paio con la perdita di pazienza dell’utente, costretto ad arrangiarsi su sistemi ed apparecchi nuovi. In tutta Italia, in tutte le regioni.

Si pone quindi la questione della destinazione di questi apparecchi abbandonati, riconsegnati, regalati, dimenticati: è lecito pensare che si inneschino dinamiche degne del peggior mercato nero, quello che recupera in silenzio gli scarti per poi rivenderli al miglior offerente di qualche paese, preferibilmente lontano e povero. Imbattersi in una Radiomarelli nelle favelas brasiliane o nelle baracche della Sierra Leone forse sarà non solo possibile, ma addirittura probabile.

In ballo c’è anche l’immoralità. Anzi, ci sono le immoralità.
La prima: obbligare – non formalmente, ma nella sostanza – un’utenza numericamente enorme ad acquistare nuovi oggetti (televisori o decoder esterni che siano) per poter dare continuità ad un servizio di cui ha potuto usufruire finora e per il quale ha già sostenuto altre spese, siano esse energetiche, di apparecchiatura e manutenzione, di canoni, eccetera. Un’immoralità strutturale, condivisa e foraggiata dallo Stato Italiano che si è poi inventato un contributo per l’acquisto di un decoder digitale destinato al cittadino che rispondesse ai seguenti requisiti minimi: abbonato RAI, reddito inferiore a diecimila euro annui, 65 o più anni di età. Tradotto: pensionato medio costretto a tirare la cinghia e che guardi un po’ di tv per ingannare il tempo. Questi, tipico soggetto – per usare un eufemismo – interessato alle varie Dmax, Real Time, Poker TV, Winga che spopolano sulle frequenze digitali, sarà ben contento di poter usufruire di 50 euro per acquistare un congegno nuovo, squadrato, con un telecomando a parte e i cui comandi sono spesso complicati da abbinare a quelli del televisore. Ma, sarcasmo a parte, supponendo pure che l’utente in questione apprezzi questa offerta, non sarebbe stato più sensato intendere il futuro in altra maniera e destinare quei fondi al miglioramento di strutture e servizi riservati a quella fascia sociale o anagrafica, anziché espandere l’universo dei contenuti che isolano gli individui, rendendoli molto meno sociali e socievoli?

Immoralità, secondo atto: televisori nuovi, fessure laterali nuove, canali nuovi (e criptati). I moderni apparecchi presentano slot per l’inserimento di card prepagate; quelle di Mediaset Premium o La7, tanto per citarne due. Avere un oggetto predisposto a fare qualcosa, al giorno d’oggi, grazie alla pubblicità, equivale ad innescare un meccanismo mentale graduale che porta a dimenticare il proprio reale bisogno e a voler, a tutti i costi, sfruttare a pieno ciò che altrimenti resterebbe inutilizzato, mutilato, incompleto. La tentazione di vedere oltre l’anonimo schermo oscurato è incentivo all’acquisto di abbonamenti o simili; legittimo pensare si tratti di una strategia ben ponderata.

Alla luce di tutti questi aspetti, personalmente ho vissuto e ritengo lo spegnimento del sistema analogico come una piacevolissima novità. Paradossale? No, pefettamente in linea con quanto scritto sopra. Dal 17 novembre non so più cosa sia la televisione e quelle poche isole sane all’interno dei palinsesti televisivi le guardo in streaming o in podcast su internet. Se switch off deve essere, che switch off sia. Per sempre!

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Posted in ecologia, riflessioni, stop, tv | 2 Comments »