metti un pesce con delle idee bislacche…

ecco, sei nella rete con lui

Archive for marzo 2008

4 Aprile, Break The Mafia. A Bologna.

Posted by pedjolo su 28 marzo 2008

da www.breakthemafia.it

Una serata per rompere il silenzio, per abbattere il muro sempre più alto dell’indifferenza, ma anche per smuovere le coscienze, per informare senza filtri mediatici, per risvegliare il senso civico, per ….

VENERDI’ 4 APRILE, ORE 20:30
BOLOGNA – TEATRO DEHON

Per queste e molte altre ragioni, con il sostegno prezioso e la collaborazione fattiva di cittadini locali, il gruppo organizzatore è riuscito ad avere come ospiti sul palco (in ordine alfabetico): Oliviero Beha, Peter Gomez, Antonio Ingroia, Libero Mancuso, Giuseppe Maniaci, Daniele Martinelli.

grazie a biodoctor e ilfemminino

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SPUTTANIAMOLI, parte 1.

Posted by pedjolo su 23 marzo 2008

Inizio a pubblicare, in più parti, l’inchiesta di Roberto Poletti, <<parlamentare pentito>>, pubblicata sul quotidiano Libero qualche giorno fa.

-PRIMA PARTE.

Ecco la prima puntata dell’inchiesta, Roberto Poletti, racconta in prima persona la sua esperienza da deputato, le assurdità cui si è trovato davanti, i benefici di cui ha goduto, parla della campagna elettorale e dei tanti tesserini di cui gli onorevoli dispongono per poi accedere ai più incredibili privilegi.

Sono Roberto Poletti, parlamentare pentito, ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile discesa in campo. Era l’inizio del 2006: la legislatura del cavaliere alla fine, l’ascesa di prodi sembrava inarrestabile. C’era feeling e stima con i Verdi, pecoraroscanio un amico, facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi dava la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere alla Regione,tale MONGUZZI, e la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. I colloqui con i vertici del partito scivolavano via senza problemi, sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con pecoraroscanio avvenne a milano nel gennaio 2006: “Visto che sei giornalista ti potresti occupare dell’informazione e poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste” dice il segretario nazionale. Inizia il perido “faticoso” della campagna elettorale. Imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide, è l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori, li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, immagini di arringare l’aula gremita, sogni un futuro da Martin Luther King. Ma la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito, nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. I vertici dei verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura per offrirla a me. Sul suo blog iniziano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza e si fa del sarcasmo sul corriere della sera.

Il 6 giugno 2006 il mio esordio in parlamento, entro in quello che mi sembra un altro mondo. I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello famoso, dove tutti si incontrano nelle pause delle sedute: i commessi, gli impiegati, i parlamentari, ecco Bertinotti, D’Alema. Entro in aula, cerco il mio posto, mi siedo sono commosso. C’è il presidente della camera Bertinotti, che informa il governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente italiano a Nassiriya. Il vice presidente Leoni invece passa alla proclamazione dei deputati subentranti, e proclama deputato, vista la rinunzia di Carlo Monguzzi, Roberto Poletti. Sono ufficialmente un onorevole. . Guardo e riguardo il tesserino, la medaglietta d’oro da deputato, e mi sento un re. Passeggio per il transatlantico e noto tre colleghi che sembrano stiano giocando a figurine, mi avvicino.
“Questa c’è l’hai?”
“Si, certo.”
“E quest’altra?”.
“Ma no, non vale più, l’hanno abolita”.
“Ehm, ma io la uso ancora…”.
Non sono figurine, ma tessere, tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o di quell’esenzione.

Prima tessera da ritirare, è quella con cui si vota in aula, serve anche per mangiare e bere al ristorante di montecitorio, al self-service, oppure alla bouvette, il mitico bistrot extra lusso dai prezzi di una trattoria di ultima classe. Il conto te lo scalano dallo stipendio, il trattamento riservato ai deputati è di dieci euro, ma il conto per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo. La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis, basta esibirla in qualunque biglietteria per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti c’è l’agenzia di viaggi interna al parlamento, che è anche più comoda. A proposito di aeroporti, anche il parcheggio auto, in appositi spazi riservati, è gratuito. Naturalmente anche il treno è gratis, e l’autostrada? Serve il tesserino Aiscat, e la barra si alza senza pagare, volendo si può richiedere pure il telepass, cosi da oltrepassare le barriere senza fermarsi, e lo puoi installare su qualsiasi automobile, anche quella della nonna.

Auto blu e partite gratis.

A Roma e a Milano possiamo usufruire delle corsie preferenziali, e nella Capitale abbiamo anche il permesso per entrare in centro nelle zone a traffico limitato (ZTL), in passato ciascun deputato/senatore poteva estendere il permesso ad altre due vetture, cosa adesso non più possibile. La tessera CONI invece serve per andare gratis allo stadio. San Montecitorio pensa anche alla dichiarazione dei redditi con un servizio gratuito di assistenza e consulenza fiscale. In caso di problemi di salute, invece, c’è la Card Medital che garantisce un servizio medico d’urgenza 24 ore al giorno 365 giorni all’anno, basta chiamare il numero verde 800652585, struttura privata pagata dallo stato, cioè i cittadini. Ma un parlamentare moderno dove va se non’è capace di usare il pc? Ecco il corso di informatica gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali, con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Si può scegliere l’inglese, il francese, il tedesco il russo e il giapponese!!. Tutto alla modica cifra di otto euro all’ora quando costano a noi comuni mortali circa il quadruplo, peccato che sino ad un anno fa le lezioni erano completamente gratuite!!

Il deputato paga meno.

C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40%, l’ottico invece ha pensato ad una riduzione del 30%, l’associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie garantisce uno sconto del 10% su cellulari e palmari, condizioni agevolate di pagamento arrivano anche da case automobilistiche per l’acquisto di auto nuove presso la rete dei concessionari. Per i libri 20% in meno, che arrivano al 30% per i testi universitari, per i figli dei deputati/senatori. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, un club elegante, di lusso. Campi di calcetto, golf, palestra, piscina, basket, tennis. Ristorante e club-house. L’iscrizione è gratuita, invece gli ex deputati pagano la modica cifra di 24 euro al mese, non mancano i festini con una di quelle ballerine di lap-dance che si esibiscono dimenandosi intorno al palo. Dulcis in fundo il corso di Pilates, un sistema di allenamento che migliora la fluidità di movimenti e il coordinamento fisico e mentale, che quando c’è da votare altroché se è importante!!.

Fonte Quotidiano Libero del 18 marzo 2008

Grazie a http://www.troviamoibambini.it

(continua…)

 

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Tifate l'Itaglia.

Posted by pedjolo su 21 marzo 2008

In fondo, perché boicottare le olimpiadi?
Tifiamo Italia. Ma sì!

Freghiamocene, perché tanto non può cambiare nulla. Perché tanto se uno guarda raidue, cosa vuoi che ne sappia il regime cinese? Prendiamoci una bella bevanda dissetante, noccioline, e mettiamoci comodi in poltrona, a guardare il salto in lungo.
ATLETI ITALIANI CHE ANDRETE A PECHINO: VERGOGNATEVI!
Non è importante se chi vincerà un bronzo o un argento o un oro, avrà partecipato, portando più o meno implicitamente il suo contributo economico, pubblicitario, morale alla causa cinese. Che abbassino la testa i tibetani, violenti premeditatori. E il Dalai Lama, non mi convince, secondo me è una spia.
ATLETI ITALIANI CHE ANDRETE A PECHINO: VERGOGNATEVI!
Non boicottiamo Pechino, glorifichiamoci e sentiamoci più importanti se Montano salirà sul podio. Se Howe volerà lontano, magari grazie alla leggerezza di un Kinder Bueno. Sì perché quella è gente che ce l’ha fatta, che rappresentà l’Italia, che rappresenta la voglia di spiccare il volo di un paese.
ATLETI ITALIANI CHE ANDRETE A PECHINO: VERGOGNATEVI!
E se l’Italia finisce giù giù, nelle seconde metà delle classifiche, poco importa. Potremmo consolarci facendo leva sullo spirito sportivo, sul sano agonismo dimostrato da ogni atleta, di ciascuna nazione.
ATLETI ITALIANI CHE ANDRETE A PECHINO: VERGOGNATEVI!
Essere sportivi vuol dire essere sportivi. Nel senso di fare sport. Punto.
Poi, la sportività viene, raramente, dopo; viene quando due curve si salutano ipocritamente gridando "GA-BRI-E-LE UNO DI NOI !" nel derby calcistico della capitale. Viene quando si fanno i minuti di raccoglimento pensando a tutt’altro. Viene quando si usando termini moderati nei confronti degli avversari, pensando a quanto siano asini rispetto a noi. Viene viene viene, ma non fa mai godere appieno delle potenzialità di questa vasta tradizione della cultura umana.

Forza Ital…azzurri !!
Amnesty Pechino 2008 copertina

Chi non lo avesse ancora fatto, firmi la petizione di Amnesty International contro la repressione in Myanmar clicando qui.

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Sole e Rosmaryno -da ambienteonline.splinder.com-

Posted by pedjolo su 20 marzo 2008

Giro volentieri la buona notizia che Paolo ha postato sul suo blog:

"Cari Amici,
vi voglio dare una notizia veramente stupenda! Doppiamente stupenda! Infatti, alcuni lavoratori di un’azienda in crisi – e chi non lo è di questi tempi  – (della "Rosmary") in Sardegna saranno assunti a tempo indeterminato. Oltre duecento addetti saranno assunti, ma non per le calzature, come prima della crisi; l’azienda verrà trasformata in un’impresa produttrice di PANNELLI FOTOVOLTAICI!!! Una doppia vittoria: per i lavoratori, che stavano per essere messi in mobilità; per l’Ambiente, perché tra pochi giorni ci sarà una nuova impresa produttrice di pannelli fotovoltaici!
Che dire: uno doppio colpo ai "conservatoristi" del petrolio… Voi che ne pensate?"

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PAOLO BARNARD / 2

Posted by pedjolo su 15 marzo 2008

Questo è ciò che motiva il mio invito a non lasciare solo Paolo Barnard. Sono righe scritte dal giornalista stesso. Consiglio ai deboli di cuore e ai "passionali" di leggerle con cautela.


Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, ecco vi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. E’ la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti ‘fuori dal coro’.

Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste ‘scomode’. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.

Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.

All’atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)

E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*

*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l’operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.

La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E’ un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima".(6)

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso… Finirà tutto in nulla."(7)

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)

Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste ‘coraggiose’. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘editti bulgari’, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

In ultimo. E’ assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard

Note:

1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.

2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.

3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "…alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell’Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.

4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…".

5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: "Lei in qualità di avente diritto… esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".

6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.

7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18

8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…". (si veda nota 4)


  Questo messaggio è stato spedito ad 829 indirizzi

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PAOLO BARNARD / 1

Posted by pedjolo su 11 marzo 2008

Quest’uomo non va lasciato solo.

Barnard Perché ci OdianoAllora, questo libro compratelo o chiedetelo in prestito, e mettetelo nella vostra personale biblioteca.

Potrei chiamarli terroristi perché vengono nei nostri Paesi con il loro potere grande e fanno queste cose e le fanno in tutto il mondo. Ma per me sono semplicemente degli assassini. Rufina Amaya, unica sopravvissuta di 1200 contadini massacrati in Salvador da terroristi addestrati e armati dagli americani, e mai puniti. Le menzogne uccidono. Ci sono le prove, le testimonianze, i documenti. Basta cercare. È quello che ha fatto l’autore di questo libro utilizzando fonti "non sospette", spesso Top Secret: cioè quelle ufficiali americane, inglesi, israeliane che dimostrano come il terrorismo occidentale, ben prima di Bin Laden e su scala assai maggiore, sia stata l’arma principale di questi Paesi per imporre un ordine mondiale fondato sulla sopraffazione e la violenza. Da decenni. Da quando i sionisti e gli israeliani in Palestina, gli americani e gli inglesi in Medioriente, Indonesia, Africa e America Latina, con l’aggiunta della Russia in Cecenia, si sono resi responsabili di immani massacri, pulizie etniche, attentati, assassini e repressioni. Milioni di innocenti perseguitati, torturati e ammazzati da quelli che oggi guidano la "Guerra al Terrorismo". Crimini rimasti non solo impuniti, ma spesso spacciati come giusta difesa del "mondo libero" occidentale, e che sono la vera fonte dell’odio dei fanatici che oggi ci attaccano.
Paolo Barnard è stato corrispondente dall’estero collaborando con i maggiori quotidiani italiani. Ha realizzato per la trasmissione "Report" (Rai 3) inchieste dedicate alla globalizzazione, al terrorismo internazionale, alla new economy. Attualmente collabora con Rai Educational. Ha curato per la Bur il libro di Bartoccioni, Bonadonna e Sartori, Dall’altra parte.
Ed. Bur – euro 9,60

Intervista a Paolo Barnard, CENSURA LEGALE.
http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=9128&ext=_big.ram

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Poi uno non ce la fa…

Posted by pedjolo su 11 marzo 2008

ciarrapico
cuffaro
bagnasco
gravina
zapatero
la strage di erba show
la ristrutturazione delle cappelle per milioni di euro
13 milioni tolti all’istruzione
11 milioni a ibrahimovic
30 anni di desaparecidos
5 omicidi sul lavoro a molfetta
napoli
il kenia
il kosovo
la serbia contro il kosovo
sarkozy
john
hillary
barack
i milioni di dollari della campagna di john
i milioni di dollari della campagna di hillary
i milioni di dollari della campagna di obama
oksana uccisa a 27 anni

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CDL Casa Della Legalità.

Posted by pedjolo su 6 marzo 2008

diffondi il sito della Casa della LegalitàGrazie alla lettura del post che Beppe Grillo gli ha dedicato sul suo blog, segnalo volentieri questo interessante e ben fatto sito di informazione:

In un primo momento pensavo fosse la parodia di una Casa ben più nota…

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Prizren (Kosovo), 17 Febbraio 2008.

Posted by pedjolo su 3 marzo 2008

Questa è l’indipendenza del Kosovo. Raccontata da chi la sta vivendo, toccando, respirando senza schermi televisivi o altri filtri. Leggetela; a me ha fatto bene (e male).

"In un bar affacciato sulla piazza principale di Prizren, in una domenica assolata e pungente al tempo stesso, un bambino corre divertito fra i tavoli del locale sventolando una bandierina rossa con l’aquila nera a due teste, comprata dal papà per l’occasione. Fiero del nuovo giocattolo, saltellando scandisce due parole che i suoi genitori negli ultimi giorni stanno rivolgendo a tutte le persone che incontrano. “U-ri-me Pa-va-re-sia, U-ri-me Pa-va-re-sia!”, urla a tutte le gambe con cui si scontra durante il suo percorso fra sedie e camerieri indaffarati. Poi alza lo sguardo, e spesso incontra uno sguardo misto di tenerezza, malinconia, fierezza e incredulità per quello che sta per accadere. E allora continua per la sua strada, con il nuovo compito che si è affidato per questa giornata e che sembra rendere così felici gli adulti attorno a sé.

Augurare a tutti una buona indipendenza. Ma chissà cosa deve rappresentare questa pavaresia, visto che il suo papà oggi lo lascia giocare per il locale quanto gli pare senza rimproverarlo. Anzi, ad un certo punto lo afferra e, cullandolo fra le sue braccia, partecipa anche lui al nuovo gioco. “U-ri-me Pa-va-re-sia, U-ri-me Pa-va-re-sia!”. Attorno a loro, gli uomini che entrano nel locale abbracciano quelli appoggiati al bancone. Abbracci intensi, avvolgenti, sorrisi che sembrano tirare un sospiro di sollievo. Sulla porta del locale è stato apposto un adesivo diffuso in tutto il Kosovo, recante la scritta “Bac, u kry!”. È finita, zio. Lo zio in questione è Adem Jashari, combattente dell’UCK, ucciso dopo tre giorni di assedio alla sua casa con tutta la famiglia dalle milizie serbe nel 1998.

Sulle teste di tutti i presenti, in televisione continuano a scorrere le immagini della storia degli ultimi anni del Kosovo. Il volto di Rugova, fautore di uno dei movimenti nonviolenti più importanti di questo secolo le cui azioni, tuttavia, sono passate sotto l’indifferenza generale dell’opinione pubblica internazionale. Negli anni ’90 la resistenza nonviolenta kosovaro-albanese fu in grado di creare un vero e proprio stato parallelo, in grado di sopperire alle pesanti limitazioni imposte dal regime di Milosevic, il presidente serbo dell’epoca, agli albanesi del Kosovo. Uno stato ombra costituito da un sistema scolastico parallelo, con insegnanti che impartivano lezioni clandestinamente, dopo l’espulsione di tutti gli studenti dalle scuole e che tentava di assicurare un’assistenza sanitaria a chiunque lo necessitasse.

La mancanza di sostegno al movimento ha fatto sì che, ad un certo punto, abbia ceduto il passo ad una resistenza armata. L’immagine di Rugova sfuma sui volti di molti combattenti dell’UCK, il cui nome verrà scandito a gran voce dalla folla molte volte durante questa giornata. E ancora le immagini della primavera del ‘99 e dei profughi in fuga verso il confine con l’Albania o la Macedonia. Nell’ultimo periodo, ogni sera alle 19, un canale albanese ha mandato in onda documentari di quel periodo. Immagini senza filtro di fosse comuni, di corpi scomposti, delle lacrime dei campi profughi, di sguardi persi nel vuoto di chi ormai aveva perso tutto. La propria casa in fiamme, l’intera famiglia uccisa, nessun motivo per andare avanti. Mi sono imposta di guardarle, quelle immagini, nonostante la loro crudezza. Per provare ad avvicinarmi anche minimamente alla storia di questo paese, ora così confusa da mille rivendicazioni che allontanano dalla realtà di chi, quei momenti, li ha vissuti per davvero. Ma anche in questa occasione, queste immagini hanno rischiato di esser strumentalizzate, risvegliando il dolore e il rancore per quanto vissuto. Oggi però nessuno sembra voler ritornare a quei momenti. Oggi l’attesa del fatidico momento in cui il paese potrà finalmente definirsi uno stato, traspare da ogni pacca sulle spalle, dalle mille bandiere che sventolano lungo le vie della città, dai balconi, o attaccate con un po’ di scotch sulle antenne delle auto.

Il Kosovo si appresta a festeggiare senza ancora conoscere il colore della sua indipendenza. È strano vedere un paese vestirsi a festa con i colori di un altro stato, quello dell’Albania. O ancora con quelli dei paesi amici: Stati Uniti, Germania, sporadicamente anche l’Italia. Questa mattina, l’indipendence day mi ha salutata con due bandiere appese al balcone dal mio vicino turco: quella albanese con a fianco quella della Turchia. Non esiste ancora una bandiera, ma Prizren oggi racconta la sua voglia di appartenere a qualcosa di suo e non più di qualcun altro. L’ufficializzazione della data dell’indipendenza non è stata confermata da nessuno, nemmeno dal primo ministro Thaçi, che di fronte alla domanda di un giornalista che gli chiedeva quando sarebbe stata proclamata l’indipendenza, non ha dato alcuna risposta. Eppure la festa è iniziata già la sera prima, quando cortei di persone si sono riversati in strada al ritmo della musica di altoparlanti montati provvisoriamente sulle auto per l’occasione. Migliaia di manifesti hanno ricoperto i muri delle città, invitando i cittadini a festeggiare “con dignità” l’arrivo dell’indipendenza…un modo gentile per ricordare ai kosovari che i tipici spari di kalashnikov tanto caratteristici dei matrimoni balcanici non sarebbero risultati molto graditi all’opinione pubblica, tanto meno le provocazioni a quell’altra parte del paese contraria a questo avvenimento politico.

Il Kosovo oggi si autoproclama indipendente, ma la realtà è che, per esserlo effettivamente, ha bisogno dell’appoggio internazionale. Lo ha capito Thaçi, che nell’ultimo periodo ha decisamente moderato i termini di una campagna elettorale iniziata con toni molto accesi. Oggi il primo ministro che compare in televisione, più che un ex-combattente dell’UCK, ricorda piuttosto un burattino un po’ impacciato e teso da fili manovrati dall’alto, da molto in alto. Eppure quando lo vediamo comparire in televisione, pronto ad affrontare la lunga giornata in parlamento, la sensazione di stare assistendo ad un pezzo di storia inizia a scorrere nelle vene. E allora si esce dal locale e si affronta il bagno di folla tinto di rosso e nero che, nel frattempo si è riversata in piazza. Rumore incalzante di tamburi, scandito dai passi del tipico ballo di gruppo, tutti in cerchio, mano nella mano. Rose rosse tese verso il cielo, bambini sulle spalle dei genitori, macchine fotografiche ovunque che cercano di immortalare questo momento. “Chi l’avrebbe detto, nove anni fa…” è la frase ricorrente che accompagna l’attesa. È un’indipendenza a dieci gradi sottozero, nonostante il cielo terso. Verso le tre del pomeriggio, tutti quanti si radunano attorno ad un televisore, che manda in diretta le immagini dal parlamento di Prishtina. Si cerca di cogliere le parole chiave del discorso, ma quando arriva il momento del voto elettronico, il sistema non funziona. Poco importa, si va per alzata di mano. E tutte le mani si alzano all’unanimità. Le poche mani che avrebbero votato contro, quelle serbe e quelle delle altre minoranze rappresentate in parlamento, hanno disertato l’aula. Il parlamento applaude, compostamente. La repubblica del Kosovo è nata. È una sensazione strana, nessuno di noi realizza quello che sta succedendo. Non riescono a realizzarlo nemmeno i nostri amici kosovari, che dopo un po’ arrivano a casa nostra. E poi arriva la bandiera, anche se i suoi colori non sono ancora stati ufficializzati. Lo schermo mostra prima un vessillo dallo sfondo blu, con un Kosovo bianco in mezzo e sei stelle gialle. Poi, improvvisamente, i colori si invertono, il paese diventa giallo e le stelle, simbolo di tutte le comunità presenti (alcuni dicono che la sesta sia per la comunità internazionale), diventano bianche. Anche la bandiera sembra essere stata “burattinata”. Fredda, secondo i tipici standards europei, senza alcun riferimento al paese che, d’ora in poi, dovrà simboleggiare. Ma non è di questo di cui ci si preoccupa, in questo momento. Tutti di nuovo in strada, a festeggiare, ballare, ubriacati da un’indipendenza simbolo di speranze, di rinascita, di identità. Quello che l’indipendenza sta davvero significando per la vita di queste persone, lo si potrà sapere forse fra qualche mese. Molto più probabilmente fra qualche anno. È un’indipendenza che sta in piedi soprattutto per volere di certi burattinai internazionali. Un’indipendenza che è non è arrivata il 17 febbraio 2008, ma ben nove anni fa, con una risoluzione ONU, la 1244, piena di ambiguità e contraddizioni. Che, attraverso la progressiva creazione di un apparato amministrativo e politico vero e proprio, ha inevitabilmente creato forti aspettative in questo popolo. L’unica soluzione possibile, si sente dire in questi giorni. Una soluzione però a cui si sarebbe dovuti arrivare in un altro modo, una soluzione che avrebbe dovuto garantire degli standards di vita autentici a tutte le persone che abitano questo paese. È un’indipendenza zoppa, che conta ancora 16.000 soldati di una forza internazionale sul suo territorio.

Pochi giorni dopo la proclamazione, mentre mi stavo recando nella neo-capitale in autobus, l’autobus si imbatte in uno dei tanti posti di blocco della KFOR, intensificati immediatamente dopo il 17 febbraio. Sale sul mezzo un militare, che in tedesco invita tutti quanti a scendere. Ci fanno mettere in riga, ci controllano i documenti. Nel frattempo davanti a noi staziona un militare con la mano sul mitra. Finito il controllo, faccio il gesto di rompere le righe. Lo stesso militare mi si avvicina e mi fa capire di rimanere dove sono: altri suoi colleghi stanno proseguendo il controllo a tappeto del mezzo, per accertarsi che non stia trasportando armi. Alla ragazza vicino a me squilla il cellulare, lei fa per rispondere, ma anche in questo caso le viene intimato di spegnere l’apparecchio. Questo significa essere indipendenti nella vita quotidiana di un qualsiasi cittadino kosovaro?

Le reazioni della Serbia si conoscono, visto che a lei è stata dedicata tutta l’attenzione dei media internazionali durante i primi giorni della neonata repubblica. Certo è che buona parte del futuro politico del Kosovo dipenderà dalle sue reazioni in merito e da quelle, più in alto ancora, di mamma Russia. Esistono tante verità su questa questione, ognuna con le sue ragioni e i suoi principi. La manifestazione a Belgrado, quella andata in mondovisione per gli episodi che le sono seguiti, ha raccontato la sua, di verità. Eppure non è questo che fa paura, non è questo che fa pensare ad un nuovo conflitto nell’area. Quello che fa paura sono, come sempre, i mastri burattinai. Sono quelli che, facendo leva sulla frustrazione e l’insoddisfazione per le condizioni di vita in cui versano le persone, sanno sfruttare e incanalare la loro rabbia nel modo a loro più consono al momento. Gli incidenti alle ambasciate a Belgrado, così come i ripetuti attacchi da parte di alcune centinaia di serbi ai posti di blocco al confine con il Kosovo ne sono un esempio. La speranza è che questa volta tutto ciò non accada, che le persone riescano a fare sentire la loro voce, i loro bisogni e le loro idee attraverso altri mezzi, senza farsi pilotare dai politici di turno.

L’augurio va a te, bambino che stamattina sventolavi quella bandierina. Che questa pavaresia sia motivo di slancio e di fiducia nel futuro. E che continui ad essere un gioco felice per tanti giorni ancora.
Un abbraccione,
Giu "

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