metti un pesce con delle idee bislacche…

ecco, sei nella rete con lui

Elezioni amministrative 12 giugno 2022.

Posted by pedjolo su 11 giugno 2022

Mi chiamo Francois Pesce, ho 37 anni e sono nato a Pistoia.

Ecco, quando ho iniziato la mia biografia per i “santini” elettorali, dopo questo incipit non riuscivo a proseguire. Cosa scrivere, come riassumere ciò che ho fatto o che mi ha spinto a candidarmi?

Cinque anni fa, sembrava più semplice, forse perché la situazione e le prospettive erano diverse.

Allora, anziché snocciolare una serie di dati e (poche) qualifiche a mo’ di curriculum, ho deciso di partire da un episodio per spiegare chi sono e perché sono qui.

Un giorno di marzo del 2004, verso l’ora di pranzo, andò in onda un servizio televisivo dove si spiattellavano strategie e numeri provenienti dall’Iraq in guerra. Figuriamoci. Stiamo parlando di quasi venti anni fa: c’erano girotondi, manifestazioni partecipate in strada (anche a Pistoia), università in fermento, bandiere arcobaleno. Era come soffiare su un fuoco già bello vivo.

Allora, ero a tavola e quel fuoco divampò; cominciò a salirmi un senso di indignazione misto a necessità di fare qualcosa. Quel giorno, in quel momento, capii che il mio percorso alla facoltà di Scienze biologiche dell’ateneo fiorentino era concluso. Io, la mia persona, con le mie mani e le mie forze, dovevo fare qualcosa.

La casualità, o come la si voglia chiamare, in quelle settimane mi fece incontrare i volontari pistoiesi di Emergency: era il 17 aprile 2004 e, passando per il mercato pistoiese, vidi un gran movimento di fronte al palazzo comunale. Teresa Sarti e Vauro Senesi erano lì. E lì, cominciò un’altra storia.

Una storia proseguita anche grazie ai colleghi e ai docenti del corso di laurea in Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti.

Una storia fatta dell’impagabile privilegio di poter andare nelle scuole a parlare con alunne e alunni, a raccontare perché la guerra è “odore di sangue, merda e di bruciato”, a mostrare il vero significato della parola “terrorismo”, passando per i racconti e gli sguardi di un’umanità fatta a pezzettini.

Una storia che mette a nudo il vero aspetto del pacifismo armato iracheno, afgano, ucraino e degli altri 25/30 conflitti sparsi per il mondo di cui, però, poco ci interessa.

Una storia che dimostra che si può fare qualcosa, per la pace e il benessere di una comunità, per curare le ferite visibili e invisibili di tanti. Se posso farlo io che non sono un medico o un oratore, significa che il momento di alzarsi in piedi e rimboccarsi le proverbiali maniche c’è e va colto. Senza pigrizie o altre scuse.

Una storia, la mia storia, ma anche quella di tante persone che ho incrociato e che mi hanno arricchito e da cui ho imparato ogni giorno. Alcune di queste, sono i miei attuali compagni e compagne di viaggio: un viaggio che si chiama “prendersi cura è fare politica” e che è perfettamente incarnato da Francesco Branchetti, dalla sua professione, dalle sue scelte, dalla sua natura.

Lo scrivo non perché sono di parte, essendo il mio candidato sindaco: è il mio candidato sindaco perché io sto dalla sua parte, perché ho avuto il privilegio di conoscerlo, di vederne la naturale predisposizione e genuina voglia di dare una mano, si tratti di un reparto ospedaliero o dell’acquaio di un circolo.

Sto dalla parte di Francesco Branchetti perché la sua candidatura dà respiro al senso del pubblico, in contrapposizione agli interessi privatistici fatti di dividendi, profitti e logiche aziendali, che nulla hanno a che vedere – ad esempio – con la sanità e il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione italiana. Sanità e azienda sono due parole in antitesi tra loro, il loro significato è opposto. La salute non si mercifica, non si vende, non si sceglie: la salute deve essere garantita, a tutti, non agli italiani rispetto ad altri, non ai ricchi rispetto agli indigenti, non a chi può aspettare mesi prima di un appuntamento rispetto a chi ha urgenza e deve ricorrere a cliniche private.

Sto con Francesco Branchetti perché, intorno a lui, a Pistoia c’è un soggetto politico che può parlare di beni comuni, dei risultati (disattesi) del referendum del 2011, della qualità dell’aria che respiriamo, dell’ascolto delle fragilità in una società multiculturale, della scuola non come competizione ma come strumento di conoscenza.

A chi vogliamo affidare la cura di questi aspetti? Chi vogliamo che delinei la linea politica per la loro corretta tutela e gestione? Aziende, lobby e cartelli, mi pare evidente che non siano i soggetti più adatti a svolgere questo servizio nell’interesse della collettività.

Io sto con Francesco Branchetti e il 12 giugno non è una meta, ma l’inizio di un nuovo paradigma del fare politica. Ognuno di noi può fare la sua parte.

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e-Lezioni

Posted by pedjolo su 30 Maggio 2022

Ho accettato con un po’ di scetticismo la proposta di candidatura come consigliere comunale, in vista delle elezioni amministrative del prossimo 12 giugno. Per una serie di motivi e pensieri.

Adesso (e ogni giorno di più) la convinzione intorno a questa scelta si è fatta più forte. E ne sono contento; mi spendo – a volte con fatica – ma ricevo, in cambio, molta soddisfazione. Sia per aver incontrato strepitosi compagni e compagne di viaggio, sia per le nuove informazioni e, spero, capacità, di cui far tesoro.

Sentire e leggere parole di sostegno da parte di tanti, poi, è la proverbiale ciliegina posta in cima alla torta. Anche se, lo ammetto, mi resta indigesto il “fare politica da tastiera”, con slogan, condivisioni e reazioni. Facile e accattivante, quanto distante ed escludente (perché non tutti hanno profili online, applicazioni o pc). Lo strumento – tale deve rimanere – della comunicazione via web, non può divenire il fine o la meta dell’opera di informazione e coinvolgimento.

Parlare alle persone mettendoci la faccia, percorrere a piedi il centro cittadino in pieno fermento elettorale (a volte eccessivo), aprire la sede e sistemarla per la giornata che verrà, sono rituali apparentemente di scarso rilievo. Ma questa, per quanto mi riguarda, è la dimensione reale su cui lavorare per riportare i temi ed i programmi ad un livello di interesse pubblico dignitoso, per una comunità che si possa ritrovare in termini di partecipazione e impegno.

Ritengo che tutte e tutti, candidate e candidati, volontarie e volontari, donne e uomini desiderosi di ricevere indicazioni, dovrebbero passare dalla sede del comitato elettorale che più li rappresenta, a cui si sentono più vicini. Da una lista di nomi o da una semplice domanda, possono innescarsi una conversazione ed un confronto molto costruttivi, utili a tutti gli interlocutori.

Molto meglio di un pollice in sù!

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Un conflitto, in più.

Posted by pedjolo su 8 marzo 2022

Visto che, un anno fa, su questo blog pubblicavo qualcosa inerente il multicolorato scenario pandemico e di come i magnifici sette (colori) fossero tornati di moda, mi pare doveroso ripropinare l’argomento, declinandolo nell’attuale, disastroso, scenario belligerante.

Eviterò la polemica. Tornare, con forza, a parlare di pace ed equità, dopo aver preso sberle per accoglienza, migrazione ed invasioni ipotetiche, francamente mi fa un po’ incazzare. Ma fa niente. Ora ci sono delle persone che muoiono per l’abominio della guerra ed è giusto, ovviamente, deporre le proprie rivalse del “ve lo avevo detto”, per fare qualcosa di maggiormente utile e solidale.

Allora, cercando una valida alternativa alle mimose da regalare che solo attraverso la bontà d’animo di mio figlio si può ancora apprezzare con purezza ed emozione, mi sono imbattuto in qualcosa che ritengo importante. Un manifesto. Che, diciamocelo, nella pochezza qualitativa della comunicazione moderna, non è mica poco.

Si tratta di un manifesto delle femministe russe e non solo che si caricano sulle spalle l’onere (soprattutto) e l’onore (poco) di essere l’unica o quasi alternativa alle scellerate scelte di un sistema omocentrico, omofobico, omobellico. Un sistema che può essere rovesciato grazie a un movimento trasversale e transnazionale, in grado di trovare consenso in ogni angolo del pianeta.

Questo è un estratto di ciò che scrive Ms.femme89:

Oggi è l’8 marzo, la Giornata Internazionale della Donna. NO, NON È LA NOSTRA FESTA. Non è nata come tale e solo chi ha una visione romanticizzata di questa giornata potrebbe accettare tale malinteso. Ad incoraggiarlo è stato il sistema capitalistico con il suo disgustoso pink washing, sfruttando sia la scarsa informazione in merito, sia il desiderio non poco sessista di festeggiarci manco fossimo un regalo sceso in terra.

Perché ci piace ricevere gli auguri, vero? Ma auguri di cosa? Di esistere? Non siamo un dono, una benedizione PER VOI; siamo persone, e pure discriminate. E se davvero vi importasse non festeggereste, anzi, vi inc@zzereste e scendereste in piazza con noi – parlo per chi non prende posizione, convintə che la lotta al patriarcato riguardi solo le donne. Prendiamo le mimose: pensate ancora che ci piaccia riceverle “perché sì?” Vi siete mai chiest3 da dove provenga questa tradizione?

Le mimose vennero proposte dalla deputata Teresa Mattei nel 1945 come fiore simbolo delle donne italiane; un fiore povero, dal colore allegro e il profumo dolciastro per ricordare la vittoria per l’ottenimento del voto. Ma davvero vogliamo fermarci a questo e a una scatola di cioccolatini? Non sarebbe il caso di fermarsi un momento e farsi una bella ricerca sul PERCHÉ noi donne non festeggiamo l’8 marzo, per lo meno quelle di noi che conoscono la storia?

L’8 marzo è una giornata di riflessione, di ricordo, di presa di coscienza di quanto le donne abbiano passato e patito. Ed è nostro dovere rispettarla. Anche col sorriso e un fiore in mano, ma RISPETTARLA, non prenderla a pretesto per festeggiare, facendo tra l’altro rimpinguare i conti in banca di chi vuole solo capitalizzarci sopra seppellendo il marcio della violenza di genere per 24h (tanto per quello c’è già il 25 novembre, no?).

Come nasce quindi? La Giornata nasce dopo lunghe discussioni in tutto il mondo da parte principalmente delle donne socialiste. In particolare in Germania, Rosa Luxemburg e Clara Zetkin si batterono per una giornata dedicata e per il suffragio femminile, mentre in America venne istituito il ‘Women’s Day’ nel 1909.

Invece, Fem_antiwar_resistance riporta questo:

Feminist Anti-War Resistace Manifesto

On February 24, at around 5:30 AM Moscow time, Russian president Vladimir Putin announced a “special operation” on the territory of Ukraine in order to “denazify” and “demilitarize” this sovereign state. This operation had long been in preparation. For several months, Russian troops were moving up to the border with Ukraine. At the same time, the leadership of our country denied any possibility of a military attack. Now we see that this was a lie.

Russia has declared war on its neighbor. It did not allow Ukraine the right to self-determination nor any hope of a peaceful life. We declare — and not for the first time — that war has been waged for the last eight years at the initiative of the Russian government. The war in Donbas is a consequence of the illegal annexation of Crimea. We believe that Russia and its president are not and have never been concerned about the fate of people in Luhansk and Donetsk, and the recognition of the republics after eight years was only a pretext for the invasion of Ukraine under the guise of liberation.

As Russian citizens and feminists, we condemn this war. Feminism as a political force cannot be on the side of a war of aggression and military occupation. The feminist movement in Russia struggles for vulnerable groups and the development of a just society with equal opportunities and prospects, in which there can be no place for violence and military conflicts.

War means violence, poverty, forced displacement, broken lives, insecurity, and the lack of a future. It is irreconcilable with the essential values and goals of the feminist movement. War exacerbates gender inequality and sets back gains for human rights by many years. War brings with it not only the violence of bombs and bullets but also sexual violence: as history shows, during war, the risk of being raped increases several times for any woman. For these and many other reasons, Russian feminists and those who share feminist values ​​need to take a strong stand against this war unleashed by the leadership of our country.

The current war, as Putin’s addresses show, is also fought under the banner of the “traditional values” declared by government ideologues — values that Russia allegedly decided to promote throughout the world as a missionary, using violence against those who refuse to accept them or hold other views. Anyone who is capable of critical thinking understands well that these “traditional values” include gender inequality, exploitation of women, and state repression against those whose way of life, self-identification, and actions do not conform with narrow patriarchal norms. The justification of the occupation of a neighboring state by the desire to promote such distorted norms and pursue a demagogic “liberation” is another reason why feminists throughout Russia must oppose this war with all their energy.

Today feminists are one of the few active political forces in Russia. For a long time, Russian authorities did not perceive us as a dangerous political movement, and therefore we were temporarily less affected by state repression than other political groups. Currently more than forty-five different feminist organizations are operating throughout the country, from Kaliningrad to Vladivostok, from Rostov-on-Don to Ulan-Ude and Murmansk. We call on Russian feminist groups and individual feminists to join the Feminist Anti-War Resistance and unite forces to actively oppose the war and the government that started it. We also call on feminists all over the world to join our resistance. We are many, and together we can do a lot: Over the past ten years, the feminist movement has gained enormous media and cultural power. It is time to turn it into political power. We are the opposition to war, patriarchy, authoritarianism, and militarism. We are the future that will prevail.

We call on feminists around the world: Join peaceful demonstrations and launch offline and online campaigns against the war in Ukraine and Putin’s dictatorship, organizing your own actions. Feel free to use the symbol of the Feminist Anti-War Resistance movement in your materials and publications, as well as hashtags #FeministAntiWarResistance and #FeministsAgainstWar.

Distribute the information about the war in Ukraine and Putin’s aggression. We need the whole world to support Ukraine at this moment and to refuse to help Putin’s regime in any way.Share this manifesto with others. It’s necessary to show that feminists are against this war — and any type of war. It’s also essential to demonstrate that there are still Russian activists who are ready to unite in opposition to Putin’s regime. We are all in danger of persecution by the state now and need your support. Feminist Anti-War Resistance has a Telegram channel with additional information (in Russian).

E poi:

Noi, le donne della Russia, ci rifiutiamo di celebrare l’8 marzo di quest’anno:

non regalateci fiori, meglio scendere in piazza e deporli in memoria dei civili morti in Ucraina (circa 300 persone, ci sono bambini tra i morti), contro i quali il nostro Paese ha scatenato le ostilità. Oppure deporre i fiori che ci vengono donati ai monumenti: i fiori sono meglio dei proiettili.

https://www.robadadonne.it/231815/live-blog-chat-telegram-resistenza-femminista-russa-contro-la-guerra/

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Quaranten(n)e.

Posted by pedjolo su 28 febbraio 2021

Bon, quanto è passato…

E in tutto questo tempo, il sistema ha continuato a fare il sistema. Poi, uno dice che invecchia…

Ma, è indubbio, se la prospettiva fosse quella di invecchiare in uno scenario – almeno – differente, forse sarebbe essa stessa quasi un auspicio.

Quando i benauguranti striscioni a tinte arcobaleno misto tricolore, svolazzavano dai terrazzi di varie abitazioni, rassicurandoci sul fatto che tutto sarebbe andato bene, mi venne in mente di quanto tempo fosse stato necessario perché si rivedessero quei sette colori, inflazionati – secondo alcuni – al tempo delle bandiere che denunciavano le guerre ed inneggiavano alla pace.

Proprio oggi, in un angolo del mio terrazzo, ho prestato soccorso alla mia vetusta bandiera pacifista che intanto se la stava vedendo non con i venti di guerra ma con vere raffiche a trenta nodi. È sempre là, in mostra, consapevole che andrà tutto bene, se, magari, l’impegno a far del proprio meglio diventerà diffuso. Oltre gli slogan. Che tanto incantano e a cui sembra ci sia in giro una spasmodica voglia di credere.

Lo stesso sistema che annichiliva la bandiera rainbow, rinfacciandole la sua natura politicizzata (magari), perché era l’icona pop di chi chiedeva qualcosa di umanamente controllabile e quindi possibile, la fine dei conflitti armati e delle invasioni barbare, ecco, quello stesso sistema che affibbiava le sue etichette, dall’utopista al naif, svilendo il messaggio di quella bandiera e accostandolo a qualcosa di irrealizzabile, oggi accetta e sdogana tutti e sette quei colori e, con la protervia che lo caratterizza, li fa suoi perché funzionali al suo scopo: trasmettere un messaggio di controllo e gestione del caos. La certezza è che il fenomeno sarà controllato, gestito, incanalato e inquadrato entro certi limiti.

Riassumendo: un simbolo che rappresenti la richiesta di denunciare o interrompere ciò che è stato pianificato per interesse, potere o denaro, è una favoletta. Se, quello stesso logo, incarna il desiderio di controllare quello che imprevedibili fenomeni su scala globale generano, è non soltanto auspicabile ma addirittura fattibile.

Dipende da cosa sventola in terrazza.

TG Balcone augura, a tutti, un buon proseguimento di quarantena.

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Macerata e la banalità del male

Posted by pedjolo su 5 febbraio 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/03/macerata-forza-nuova-difende-lautore-della-sparatoria-pieno-sostegno-a-luca-traini/4134933/?-alerts#25870305

2 giorni fa
Che si sciolga subito Forza Nuova e tutte le altre forze politiche che da anni stanno seminando odio e razzismo portando a stragi di innocenti.
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Francois Pesce Andrea D’Ambra

2 giorni fa
GIusto. Aggiungo che, personalmente, non riesco a tollerare questa ipocrisia – schieramenti di favorevoli e di contrari – che, “quando ci scappa il morto” (in senso nemmeno troppo metaforico), divampa e serpeggia ovunque. Semmai ci fosse il bisogno di ricordarlo agli smemorati, questi assembramenti rigurgitanti ideali anacronistici (e, totalmente di facciata: vorrei chiedere a questi intellettuali che millantano di teorizzare “il fascismo del terzo millennio” e un razzismo legalizzato, di che marca abbiano il cellulare e dove vengano prodotte le scarpe che ospitano i loro ariani piedi), esistono e si ritrovano anche il giorno precedente a questi atti di terrore (si legga TERRORISMO, nel VERO significato del termine). Dove sta il potere di uno stato che dovrebbe tutelare le diversità e favorire l’integrazione, oltre a dover ripudiare guerra e fascismo? Il commento qui sopra, è il più ovvio, naturalmente, e il più condivisibile. Ma siamo lontani, perché bisogna percorrere a ritroso il processo che ha portato uno sciagurato, frustrato, di 28 anni a perdere la testa. Le politiche sociali devono essere in grado di intercettare questi menomati mentali, pericolosi per loro stessi e per gli altri che gli stanno intorno. Siano essi blu, verdi, neri, rossi o rosa. Solidarietà a chi è stato ferito e a chi ha avuto paura. Resto in attesa che qualche sostenitore del folle gesto mi risponda su provenienza dei propri telefono e scarpe. Francois Pesce, pe-sce@tiscali.it.
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annamariazerbi Francois Pesce

un giorno fa
Finalmente un commento come si deve!! Grazie.
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Francois Pesce Francois Pesce

28 minuti fa
Il commento è in attesa di moderazione
Grazie a te, ho buttato fuori ciò che penso di questa vicenda, ennesima, inaccettabile. E delle, ennesime, inaccettabili reazioni che con troppa facilità scioriniamo su un mezzo impersonale come il metamondo di internet. Ho il pallino per questa cosa, ci ho fatto una tesi di laurea e non mi riterrò soddisfatto finché non sentirò di aver fatto qualcosa per arginare (provare a) questa caduta verticale comunicativa. Ad ogni modo, invito tutti e, prima ancora, me stesso, a confrontarci in piazza, anziché chiuderci nel vuoto delle nostre vite “social”.
iumberto07@libero.it Francois Pesce

2 giorni fa
Commento superbo! Una testa pensante. Complimenti.
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Francois Pesce Francois Pesce

33 minuti fa
Il commento è in attesa di moderazione
Boh, ti ringrazio ma… si fa il possibile, iumberto, penso di aver esternato ciò che la vita mi ha insegnato: rispetto, uguaglianza, promozione dei diritti umani e della nonviolenza. Speriamo possa servire.

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Ballottaggio 2017

Posted by pedjolo su 21 giugno 2017

Vorrei ringraziare quanti, nelle scorse settimane, hanno deciso di sostenermi, con o senza voto, come candidato di Sinistra per Pistoia, in questa personale “prima volta” : la mia campagna elettorale è partita con qualche scetticismo, legato anche alla ristrettezza dei tempi in cui era richiesto e necessario muoversi. E infatti, ho cercato di privilegiare i piccoli momenti di dialogo e dibattito, mirando a parlare piuttosto che urlare.
Ma, nonostante abbia apprezzato la fiducia di chi mi ha votato, il risultato personale sta a margine; c’è qualcosa di differente e più grande, stavolta, in ballo. Io sono convinto che le diffidenze, i dissensi, le proteste del primo turno siano stati tutti legittimi. Ne sono davvero convinto.
Non trovo tollerabile, al fine di giustificare un mancato successo elettorale, accusare un candidato o una lista concorrente di aver intercettato voti utili a qualcun altro: questa non è una battaglia, è la democrazia. L’ho sempre pensato da spettatore e continuo a pensarlo anche oggi, da partecipante. Le liste e i loro candidati sono espressione di una volontà popolare e rappresentano una fetta di elettorato che, per svariate ragioni, ha deciso di dar loro il proprio consenso.
Quindi, ora poche storie se, ad esempio, i numeri ci raccontano che, nel 2017, a Pistoia 500 persone votano per una lista di estrema destra. Non serve barricarsi, meravigliarsi o indignarsi adesso: partendo dal presupposto che c’è un voto legittimato dalla legge vigente, risulta più sensato rendersi conto che si tratta di un fenomeno sociologico su cui interrogarsi. È necessario, casomai, chiedersi come mai una parte del tessuto sociale senta il bisogno di costituire un senso di appartenenza attorno ai principi espressi da questo movimento, o quello che è; come mai giovani e giovanissimi, spesso con il diploma di scuola superiore non ancora in mano, si identifichino in anacronistici inni a quello che fu un buio ventennio datato ormai cento anni fa.
Ma, come ho scritto, questa è una riflessione che necessita di svilupparsi ben prima di una tornata elettorale. Anzi, no, non è una riflessione: è un ascolto! Un ascolto dei malumori e delle frustrazioni che accompagnano chi vive la città e le sue periferie, finalizzato ad intercettare nuovi bisogni, per trasformare le proteste in proposte. In questo, io cittadino e volontario, prima ancora che come candidato, sono mancato, perché non ho fatto abbastanza per accogliere e raccogliere queste sensazioni. E ritengo di avere la licenza per poter invitare all’autocritica anche altri che, come me, possono migliorarsi, puntando a privilegiare il dialogo e il confronto.
Sento quindi il bisogno personale di cominciare a farlo in maniera più convinta, ripartendo non soltanto dalla neonata lista, ma anche dalle opportunità che l’esperienza con Emergency mi offre quotidianamente, potendo osservare da vicino la società attuale, attraverso gli eventi pubblici, e quella del domani, tramite gli incontri nelle scuole.
Ogni momento e, soprattutto, ogni storia ed ogni persona meritano il medesimo ascolto perché hanno la stessa dignità: questa è una ferma convinzione che affonda le sue radici non soltanto in discorsi ed aforismi di leader carismatici o lungimiranti personaggi storici, ma proviene anche dalle storie che molti mi hanno raccontato, onorandomi di questa loro condivisione.
Quelli che si beccano l’epiteto di negri, finocchi, immigrati, barboni, puttane, zingari; gli “ultimi”, i diversi, i non allineati, gli avversari. Persone, fatte di sangue e sogni, come me.
Intanto, anche in nome di queste persone, mi prendo la seconda ed ultima licenza, al fine di spronare ogni lettore che abbia condiviso queste mie parole, ad andare a votare domenica 25 giugno. Partecipare ed esprimere la propria posizione, anche in dissenso con tutte le forze politiche presenti, è un diritto frutto di conquiste che rischiano troppo spesso di essere svuotate del loro reale valore. Se al primo turno 30 mila persone non hanno partecipato, al secondo turno è necessaria una inversione, perché ci sono in gioco due visioni opposte, agli antipodi, su come amministrare una città.
Come ho scritto sopra, pur consapevole del fatto che ci sarà da lavorare, da ricucire rapporti di fiducia logori, da correggere errori e rivedere linee politiche, io continuo a sostenere, per quelli che sono i miei valori, la candidatura a sindaco di Samuele Bertinelli, in opposizione a quella di una coalizione e di un candidato sindaco che, seppur legittimi, la mia visione delle cose mi porta a definire fuori dal tempo e pericolosamente classisti e razzisti, incapaci di fornirmi certezze sull’immediato futuro della mia famiglia.
E, soprattutto, di mio figlio che non voglio inizi la scuola in una città xenofoba, guidata da sedicenti secessionisti che sputano sulla Costituzione, salvo poi utilizzarla per i giuramenti di rito, fascisti del terzo millennio che sventolano croci celtiche e ammazzano senegalesi ai mercati fiorentini, omofobi che sostengono i valori della famiglia ma solo quella che piace loro. Questo non è accettabile.
Per evitarlo, ciò che è stato realizzato dall’amministrazione uscente e, impegniamoci per questo, di nuovo entrante, ciò che è stato sbagliato e ciò che necessita ancora di essere fatto, dovrà essere il punto da cui far ripartire il nastro, con umiltà, riconoscenza e presenza sui territori.

 

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Barricate

Posted by pedjolo su 12 dicembre 2014

In mezzo agli ultimi, io ho i miei amici.

Tra quelli che voi chiamate negri, io ho il colore delle mie giornate.

Negli occhi a mandorla, io immagino orizzonti diversi e paesaggi lontani, storie di realtà schietta, asciutta, inquieta.

Quello che voi additate come un untore da rispedire al mittente, ha di contro il mio ascolto.

La vostra xenofobia è cieca, come ciechi sono i vostri comportamenti paurosi e disperati, partoriti nel grembo dell’insicurezza e dell’odio verso altri come voi, poveri, incerti, disoccupati.

Siete gli allocchi migliori che si possano trovare, capaci di fare quadrato oggi contro il nemico di cui solo domani si fornirà l’identikit. Vittime, ma anche carnefici, avallatori di guerre con la vostra omertosa ignoranza. Guerre sparate, guerre di paure, guerre di espressioni schifate e diffidenti.

Giustizialisti legalitari ingordi di merda televisiva coi vostri tolc scio’. Beee beee.

Ai vostri travasi di bile e alle vostre frustrazioni, oppongo un solo sorriso, potente rimedio naturale alle vostre costruzioni, fantasiose e anacronistiche in ogni era.

Con un po’ di ossigeno alle vostre cellule cerebrali, svenute e svendute da tempo, sareste capaci di leggere la storia e improvvisamente sentireste voi il senso di isolamento, di minoranza, immersi nelle vostre ridicole convinzioni e incapaci di farvi cullare dall’onda dell’evoluzione e dell’empatia, per voi tsunami apocalittico.

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Cinismo

Posted by pedjolo su 7 giugno 2014

Brutta storia, il cinismo.
Specie se lo unisco a un non so che di senile incapacità di intendere, di carpire l’importanza di un momento e la delicatezza di un fiore a cui resta l’ultimo petalo di speranza, vacillante.
Sbalorditiva la freddezza, il coraggio di intraprendere i sentieri del dimenticare, del voltare le spalle nelle situazioni in cui qualcosa dovrebbe ingigantirle, per facilitare l’attracco a chi ne abbia bisogno.
Resto così, senza nemmeno il bisogno e la voglia di sbattere i pugni sulla superficie del tavolo, meno liscia e piatta di certi elettrocardiogrammi.

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Articolo un(ic)o.

Posted by pedjolo su 17 ottobre 2013

(pubblicato su www.losnodo.net)

“Mi rifiuto di vivere in un paese così. E non me ne vado” (Michael Moore, “Capitalism: a love story”).

L’Italia è una terra democratica fondata sull’uguaglianza che tutela la vita. Le libertà e i diritti umani inalienabili e fondamentali appartengono a tutte le persone che si trovino sul suo territorio, senza eccezione alcuna.
L’Italia, è una e tante, è molte cose insieme. L’Italia sono tante persone. In Italia, la parola “razza” non suscita interesse in nessuno, nemmeno tra i cani.

L’Italia cittadina, non abolirebbe una legge xenofoba e retrograda. L’Italia politica, non abolirebbe una legge xenofoba e retrograda. L’Italia cittadina e l’Italia politica, non farebbero mai entrare in vigore una legge xenofoba e retrograda, mai.

L’Italia difende i negri, i finocchi, i poveracci, i clochard. L’Italia fa di tutto perché nessuno muoia nel suo Mediterraneo; l’Italia sa che non dormirebbe la notte se dei bimbi morissero in quel mare; l’Italia piangerebbe, piangerebbe… e si mette a piangere anche ora, al solo pensiero.

L’Italia è nel Poliambulatorio di Palermo di Emergency. L’Italia è il ricordo della criniera rossa e riccia di Teresa Sarti.

L’Italia abbraccia chi arriva dal mare, non lo prende a calci nel culo; non si domanda da dove vengano quei viaggiatori, ma cerca di leggere cosa abbiano visto tutti quegli occhi. L’Italia se ne infischia delle cittadinanze, l’Italia chiede solo come ti chiami e come stai; l’Italia ritiene la migrazione un arricchimento, non una piaga. L’Italia, vuole che la migrazione non derivi da disperazione, ma da scelte libere.

L’Italia, per un sessantamilionesimo, è Don Luigi Ciotti.

L’Italia s’incazza, dio come s’incazza l’Italia. S’incazza di brutto quando provi ad approfittarti di lei, cioè delle persone che la costituiscono; e quando s’incazza, non imbraccia armi, ma prende in mano un libro di Don Lorenzo Milani, riascolta Pietro Calamandrei e poi guarda le foto dei bombardamenti che la rasero al suolo nel novecento, legge la lista dei morti per mafia, si ricorda il Vajont e L’Aquila. Cazzo come s’incazza l’Italia! E questo le dà forza, la fa sentire come una montagna e, invece di abbatterla, la fa rialzare sempre.

L’Italia ha deciso di difendere anche gli onesti e si batte ogni giorno contro l’assassinio perpetrato da finte istituzioni democratiche. L’Italia non spara a Don Pino Puglisi.

L’Italia difende e rincuora quelli che, se manca qualcosa in cassa a fine giornata, ce lo rimettono loro.

L’Italia ripudia le differenze sociali come strumento di selezione durante i colloqui di lavoro.

L’Italia investe risorse nella ricerca delle idee, degli sviluppi sociali; insegna a se stessa, cioè alle persone che la costituiscono, la natura puramente virtuale del denaro.

L’Italia ritiene un’offesa alla dignità mondiale, la guerra e la discriminazione e le debella con l’istruzione e l’educazione. L’Italia, se sbaglia, impara e migliora, tirando sempre su la testa.

In effetti, all’Italia non serve a nulla la Costituzione, è già costituita bene così.

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Terremoto

Posted by pedjolo su 26 gennaio 2013

terremoto è uno stato di cose, è uno stile di vita, è la linea da seguire. massacratemi e fatemi sanguinare, con una foto. tenetemi sveglio nel cuore della notte, con le orbite ormai troppo piccole per i miei stanchi e tristi occhi.

voglio il mio spazio, voglio aggrapparmi e salire su, verso un livello più alto e migliore. ti ho visto, so chi sei, tu che ora sei quello che mi ha portato via il mio cielo, che hai commesso un’ingiustizia vigliacca. ti ho visto, so chi sei, tu che dovrei odiare e che spero solo possa rendere quel cielo luminoso. il mio forse tornerà, molto più verosimilmente avrà altre tonalità.

le lacrime amare ormai sono pronte, quelle in prima fila aspettano soltanto lo sparo della pistola caricata a colpi di emotività. poi sarà un’emorragia, un fiume d’acqua salata, salatissima, pronto a partorire tanti rigagni sull’irregolarità del volto che convergeranno verso un nuovo punto d’unione, prima del salto e del distacco.

ho capito che devo provare, scrivere e provare, esercitarmi e scrivere, provare ed esercitarmi. tra l’amore fresco, l’amore passato e l’amore grondante dolore, queste sono le notturne riflessioni di un cuore più che infranto, terremotato. la gola, le vie respiratorie, sono loro le portatrici silenziose dell’angoscia, del panico, del terreno che diventa friabile.

ma almeno so, conosco un nuovo aspetto e ne prendo piena consapevolezza. devo sbagliare, lo preferisco nettamente, e devo farlo toccando con mano: preferisco annoiarmi per una nuova, inesplorata meta, piuttosto che restare con angosce e rimpianti per non aver tentato

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